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Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale

ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE

“Giovanni Paolo II”

F O G G I A

 

 

 

L’EUTANASIA NELL’ETICA CRISTIANA

 

 

 

TESI

PER IL CONSEGUIMENTO

DEL DIPLOMA IN

SCIENZE RELIGIOSE

 

 

 

 

 

 

 

 

Relatore

Studente

don Michele prof. FALCONE

Vincenzo STORELLI

 

 

 

 

 

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ANNO ACCADEMICO 2004 - 2005

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E’ vergognoso beffarsi

della malattia e del dolore altrui,

 l’uno e l’altra

dovrebbero essere sopportati

in modo da

non destare il riso.

 

 

 

A mia madre

 

 

 

 

PREMESSA

 

 

 

In ogni epoca, trovarsi a discutere della problematica della morte suscita una certa angoscia.

Sia nella pratica che nella riflessione, questo argomento è trattato nella realtà in un modo difficile e senza soluzione di sorte poiché, non è possibile parlare in prima persona di questa trattazione, che non è direttamente sperimentabile.

La realtà ci porta a vivere una esperienza di perdita ma, la perdita di una persona a noi cara non significa nel senso più radicale che possa trattarsi della propria diretta esperienza, tanto meno è possibile rappresentare oggettivamente questo evento cos’ tragico.

La morte è molto simile all’amore, evento conosciuto e vissuto solo in prima persona e non è possibile che altri possano immedesimarsi tanto che, pur essendone capaci, non possono viverlo allo stesso modo di chi lo vive in prima persona.

La morte è parte integrante dell’uomo, vissuta direttamente, non è riproducibile o attuabile previo simulazioni poiché è un momento così intimo e unico che  può diventare facilmente “osceno”.

Nella nostra attuale società, società che vive nel pieno benessere rispetto al passato e nella povertà rispetto al futuro, ci poniamo una “domanda di morte” come unica soluzione a patologie gravi e/o dolorose?

La discussione è piuttosto vivacizzata dai vari interventi religiosi, etici, filosofici, giuridici, storici, clinici, … e a tutto questo necessita impostare  correttamente il problema riconoscendo innanzitutto:

il significato del desiderio

della richiesta di morte (1)

Altra prerogativa è capire il valore della soluzione che ci viene fornita basandoci sulle circostanze, dei soggetti passivi, delle situazioni cliniche e della persona cui ci riferiamo.

In ogni caso, si cerca di esaminare i fattori che determinano la legittimazione e l’accoglienza di una eventuale “domanda di morte”.

Bartolomeo Sorge (2) pone la vita e la morte dell’uomo non solo ad una semplice riduzione di un aspetto materiale o ciclico biologico presente in ogni vivente:

nasce, cresce, invecchia, muore

ma essenzialmente  a un aspetto spirituale, nel senso che, la persona umana è in grado di assumere coscientemente e liberamente sia la vita che la morte senza conseguenze passive proprio perché, la persona è un essere libero e intelligente tanto che, solo l’uomo può dire che “vive” o che “muore” identificando la propria grandezza.

 

 

 

 

(1)                C. CASALONE, la richiesta di morte tra cultura e medicina, in “Aggiornamenti sociali”, Novembre 2002, 731-742;

(2)                B. SORGE, Eutanasia, atto d’amore o delitto?, in “Aggiornamento sociale”, Luglio – Agosto 2000, 540 – 546.

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

 

 

 

L’approccio al problema

 

 

 

 

1.1              – CONCETTO DI EUTANASIA

 

“… non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio …” (1)

Il giuramento di Ippocrate delinea la figura del medico ideale tanto che, Papa Clemente VII (1523 – 1534) stabilì in una delle sue bolle, l’impegno di osservare solennemente il “Giuramento di Ippocrate” per tutti coloro che volessero essere investiti dalla figura di medico cioè, curatore dei corpi malati.

Il testo di Ippocrate, purtroppo, non coincide tutt’oggi con la possibilità di permettere a taluni medici di praticare una morte indolore o “dolce” chi che sia e chiamata Eutanasia(2) o suicidio assistito da parte di un medico.

Analizzando il termine letterario della parola “Eutanasia”, significa etimologicamente “buona morte”.

Nel corso dei secoli il termine si è evoluto al punto che, nella nostra epoca, si riferisce ad un atto conclusivo della vita di una altra persona, dietro sua diretta richiesta, allo scopo di diminuire le sofferenze fisiche.

Il vocabolo ha diverse spiegazioni come:

 “Morte indolore provocata per porre fine alle sofferenze di una malattia inguaribile

oppure

“azione o omissione che di natura sua procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore…”

e sempre su questo termine, possono integrarsi al concetto di morte dignitosa e intesa nel senso del pieno rispetto che ogni persona o essere umano ha e dà a se stesso.

Il termine “morte” si ripete come unica panacea al dolore.

Dall’inizio del XVII secolo, una affermazione piuttosto enigmatica, ci è pervenuta come la prima volta alla violazione del “Giuramento di Ippocrate” dove , il medico e filosofo inglese Sir Francis BACON (3) afferma:

“… i medici dovrebbero imparare l’arte di aiutare gli agonizzanti a uscire da questo mondo con più dolcezza e serenità…”.

Ma ci troviamo in una epoca caratterizzato dal pieno Rinascimento dove la vita media degli uomini era relativamente bassa e l’impotenza della medicina era contrastata in qualsiasi modo.

La lotta alla sopravvivenza primeggiava in tutte le sue sfaccettature tanto che, anche una piccola ferita o un graffio poteva essere sinonimo di infezione, una semplice infezione che poteva portare rapidamente alla morte.

Da non dimenticare che fin dall’antichità e fino a circa mezzo secolo addietro, la gente moriva non tanto per le malattie degenerative e/o croniche (per la quale oggi è possibile dare vita a dei veri dibattiti sulla morte dignitosa) ma, si moriva soprattutto per la mancanza di igiene e di medicinali.

 

 

 

 

(1)                           Testo tratto dal “GIURAMENTO DI IPPOCRATE ( 460 a . C.); Ippocrate fu il fondatore della scuola di Coo della antica Grecia ed è stato considerato il padre dell’etica medica;

(2)                           DEVOTO – OLI, Eutanasia, in “Vocabolario illustrato della Lingua Italaiana”; Eutanasia, dal greco eu = buono e da thanatos = morte. Teoria medico – giuridico secondo cui è lecito dare una morte tranquilla, per mezzo di narcotici, agli infermi atrocemente sofferenti e inguaribili;

(3)                           F. BACONE (noto maggiormente con il cognome italianizzato) nato a Londra nel 1561.

 

 

 

1.2              CLASSIFICAZIONE E TIPI DI EUTANASIA

L’eutanasia viene considerata come la liberazione da tutti i mali e i dolori che la carne di un uomo deve sopportare o comunemente chiamata sofferenza fisica.

In questo caso l’Eutanasia può essere intesa anche come un vero atto di rifiuto alla propria vita pertanto, non diventa una vera e propria forma di Eutanasia ma, un suicidio vero e proprio.

Il prof. Federico Arversù (1) afferma che la morte provocata può essere intesa sia come suicidio (la cui divisione classica può essere suicidio diretto o suicidio indiretto) che come Eutanasia.

Nel suicidio è facile determinare delle valutazioni e le ragioni che spingono un determinato individuo a compiere un tale gesto e il grado di coscienza morale che giustifica l’azione con il relativo grado di libertà in essa contenuto.

Questa libertà ha un senso positivo per coloro che rinunciano alla vita per un motivo valido proprio perché, conoscono e sanno qual è il valore della vita; in un senso negativo per  coloro che hanno perso il significato del senso della vita pertanto, preferiscono la morte o l’autodistruzione della propria esistenza.

Nel primo caso, si ha una rinuncia ad una vita che ha un valore visto positivamente la cui valutazione è considerata come un suicidio eroico – idealistico – fanatico mentre, nel secondo caso ci troviamo di fronte a un voler affogare letteralmente la propria vita con dei comportamenti isterici – egoistici – depressivi.

Con il termine “suicidio assistito” si cerca di sottolineare una situazione di una certa evoluzione al punto tale che, da semplice terminologia ci troviamo di fronte a un termine sofisticato e che è in continua sofisticazione.

Anticamente, il termine “Eutanasia” veniva utilizzato per indicare un semplice aiuto offerto misericordiosamente ai morenti affinché il trapasso avvenisse nel modo più sereno possibile.

Attualmente, il termine indica l’accompagnamento offerto al morente da parte di un medico, affinché si allevi la sofferenza.

Ma il termine “Eutanasia” è stato abbruttito nel periodo Nazista dove, non solo si aveva la possibilità di uccidere su richiesta in caso di grave patologie mediche sia fisiche che psichiche ma, lo Stato tedesco aveva la pretesa di Stato per eliminare le vite umane che non fossero conforme agli standard razziali e sociali.

Attualmente, Carlo Canalone indica questo termine in modo ampliato e differenziato.

Si ha in questo caso una Eutanasia volontaria che tratta una azione o omissione a quel tipo di trattamento che (in fin dei conti) può essere anche considerata la più facile poiché deriva dall’omissione di un trattamento che non può apportare più i benefici desiderati per una vita salutare e  una pienezza dell’attività mentale ma, si ha tutto al più un coma irreversibile.

Da un punto di vista clinico, l’adozione del “non trattamento”, sarebbe quello di evitare di prolungare un processo di morte già in atto, pertanto, è inutile accanirsi su di un corpo inerme al fine di dare un senso alla vita vissuta con dignità. (2)

L’Eutanasia fisica e attiva, chiamata anche morte per  commissione, consiste nel “togliere di mezzo” un individuo, un membro della famiglia, un essere molesto ritenuto oramai di peso sia a livello personale, economico, per motivo di eredità o sociale.

L’Eutanasia fisica può essere anche intesa quando una persona, anche cara, si trova in uno stato di sofferenza atroce e che, purtroppo, non riesce a trovare nessun’altra soluzione.

Oltre all’Eutanasia fisica esistono altri tipi di Eutanasia di cui, nella nostra epoca può essere facilmente identificata come “Eutanasia Sociale”, questa formula eutanistica consiste nel privare al paziente moribondo tutte le dovute cure che gli possano dare ancora vita.

Anche in questo caso, l’eutanasia sociale viene identificata come atto passivo o egoistico, alla pari di quando, si deposita o si “parcheggia” o (nel peggior dei casi) si scarica il malato in ospedale negandogli anche il minimo delle carenze di affetto e di cure da parte dei parenti, gli stessi che dovrebbero assicurare il minimo di assistenza in momenti di estrema necessità.

Ma, l’Eutanasia sociale può essere considerata anche sotto l’aspetto attivo. In questo caso si ha esattamente un atteggiamento di lotta terapeutica accanita affinché il paziente resti in vita.

Sembra come se il giuramento di Ippocrate venga rispettato in toto tanto da “ingaggiare” una vera lotta contro la morte e questa lotta viene ingaggiata a discapito di una vita che. oramai non è più una vita.

Al posto della persona cara, ci sono delle sofisticatissime e costosissime macchine che costantemente ci indicano un barlume di vita.

 

 

(1)                           F. ARVERSU’, il suicidio e l’Eutanasia nella prospettiva dello psichiatra, in “Il problema della nuova teologia morale”, Rogate, Roma, 203 – 206;

(2)                           Giovanni Paolo II definisce l’Eutanasia come: “… azione o omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore…”.

 

 

 

 

1.3              DIBATTITO ATTUALE

 

 

 

 

Da un poco di tempo a questa parte, si sono intensificate e diffuse delle vere e proprio campagne a favore dell’Eutanasia identificate come delle vere azioni - omissioni che di per sé provocano interruzione della vita dei malati gravi (e a volte anche dei neonati malformati).

Il motivo che palesamente e abitualmente giustifica l’Eutanasia è quello di voler risparmiare al paziente delle inutili sofferenze.

A livello internazionale, si sono sviluppate delle vere campagne e strategie supportate da associazioni a completo vantaggio dell’Eutanasia.

Queste associazioni si avvalgono anche dalla presenza di intellettuali e uomini di scienze al punto tale da firmare la loro attiva presenza a favore dell’Eutanasia.

Questi inducono l’opinione pubblica ad essere favorevole alla pratica della “dolce morte” con proposte di legge portate nei Parlamenti della propria nazione e non di meno a provocare delle sentenze delle Corti che potrebbero dar corso a una “non punibilità” alla pratica dell’Eutanasia.

Certamente l’Olanda è diventato un pilastro per la legalizzazione dell’Eutanasia infatti, nel 2001 approva la legge che, nel contesto della storia più che ventennale, pratica l’Eutanasia.

Michele Aramini (1) mette in evidenza nel suo studio “L’Eutanasia” le scelte giuridiche operate dal legislatore olandese precisando la sicura e completa impunibilità per quei medici che praticano l’Eutanasia.

Questo risultato ha definitivamente emarginato il potere e il controllo della magistratura olandese, tanto da dare una scarsa attenzione alla qualità del consenso dato dai malati marginali. L’osservazione che pone lo studioso è che l’Olanda possa essere presa come esempio per sostenere ciò che è inevitabile tanto da creare un effetto domino. In questo modo, le varie magistrature diventano tolleranti dinanzi a questa penosa e importante problematica seguendo il modello olandese visto come atto di normale amministrazione (dopotutto, il Belgio, dal 2002, ha copiato lo stesso iter olandese).

Ma, per contrastare l’Eutanasia è necessario conoscere e diffidare con una certa efficacia delle varie alternative all’Eutanasia che, oltre alle cure palliative (non sufficientemente diffuse) ha radici in una certa profondità culturale, basata sull’attenzione dei malati che, in fin dei conti, sono ancora dei validi membri della nostra società progredita.

La Chiesa ha seguito con notevole apprensione lo sviluppo di tale pensiero tanto da riconoscere un vero indebolimento nelle persone, sia dal punto di vista spirituale che morale, perché si perderebbe la dignità della persona morente e si giustificherebbe una via “utilitaristica” nel disimpegnarsi alle varie necessità del paziente. (2)

La Chiesa ha redatto dei documenti che dichiarano apertamente il proprio pensiero in merito alla questio tra cui:

(1)                           Documento del Pontificio Consiglio “Cor UNUM”, Questioni Etiche relative ai malati gravi e ai morenti – 1981;

(2)                           GIOVANNI PAOLO II Enciclica “Evangelium Vitæ” (1995) nn. 64 e 67;

(3)                           Carta degli OPERATORI SANITARI redatta dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute (1995).

Queste sono solo alcune dichiarazioni della Chiesa che, come le altre, attestano palesamente un inaccettabile susseguirsi di soluzioni, a livello morale ed etico, in merito ad ogni forma di Eutanasia

“… in quanto uccisione deliberata di una persona umana…”. (3)

Il Concilio Vaticano II ha fortemente affermato che l’Eutanasia è un atto vergognoso, (3) anche se offre un itinerario di assistenza al malato terminale o grave, poiché lede la dignità della persona, con il pieno rispetto alla vita e ai valori della fraternità e della solidarietà pertanto, essere contro l’Eutanasia non significa essere contro l’etica medica e favorevole all’etica spirituale  o pastorale.

In questo modo, si sollecitano tutti coloro che possano portare delle valide testimonianze (poco importa se sono persone di una certa cultura o di una certa istruzione) affinché, possano concretamente sfidare il dilagare della cultura della morte.

 

 

(1)                           M. ARAMINI, L’eutanasia, Giuffrè, Milano, 2003, 75 – 90;

(2)                           PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA , Considerazioni etiche sull’Eutanasia, 9 Dicembre 2000;

(3)                           GIOVANNI PAOLO II, Enciclica “Evangelium Vitæ”;

(4)                           CONCILIO VATICANO II, Costituzione Pastorale “Sandium Vitæ” sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, nn. 27

CFR.: E. SGRECCHIA, L’Eutanasia in Olanda: anche per i bambini? In “Osservatore Romano”, 3 Settembre 2004, 8

                Dal 1° aprile del 2002, il Parlamento Olandese ha approvato l’Eutanasia per tutti i malati terminali di età compresa tra i 16 – 18 anni ma, non contenti, questa fascia è stata estesa anche ai bambini al di sotto dei 12 anni e fino all’età neonatale. Una notizia diffusa dalle agenzie di stampa e attribuite al “successo” del dr. Edward VERHAGEN che stabilisce “con estremo rigor, passo dopo passo, le procedure che i medici devono seguire” per affrontare il problema nel liberare i bambini gravemente ammalati, sottoponendoli ad Eutanasia e il tutto con il dovuto consenso dei genitori o dei tutori. Inizialmente, l’Olanda aveva ottenuto la legalizzazione dell’Eutanasia sotto la voce “pietà” per i solo adulti che ne facevano ripetute richieste motivate ma, in un secondo tempo si sono allargati fino a toccare i più inermi e indifesi esseri della terra: i bambini.

In questo modo, i bambini vengono uccisi per ben 3 volte: dalla malattia, dai genitori o tutori e dallo stesso Governo olandese che non ha più appigli per espletare una morale degna degli esseri umani. La nostra società sembra che soffra una vera “schizofrenia” combattuta tra 2 elementi: proclamazione dei diritti umani nella ricerca della definizione di “delitti contro l’umanità” e l’incapacità a saper definire chi sia l’uomo con i dovuti atti umani o non umani. Necessita ritrovare e al più presto, il significato di dignità umana come descritto dai testi biblici: uomo a immagine e somiglianza con il Creatore e in particolare , identificato con Cristo stesso “…Ero malato e mi avete assistito…” (Mt 25,21-46).

CFR.: Eutanasia in Belgio – il Kit è un farmaco in “ La Gazzetta del Mezzogiorno”, 18 Aprile 2005, 9

               La “dolce morte” da ora è praticata a domicilio infatti, il secondo paese a livello europeo che pratica la “dolce morte” si è attrezzato al punto tale da non disturbare nemmeno i centri  specializzati infatti, il Kit è un “pronto all’uso” con tanto di istruzioni e, ironia della sorte, con tanto di disinfettante         

N. SIMONETTA, Emergenza malati terminali, in Italia sono 160mila, in “ La Gazzetta del Mezzogiorno”, 18 Aprile 2005, 7

               … dove i malati terminali vengono trattati come un “peso” economico – sociale e psicologico soprattutto per i Cirenei chiamati anche GAREGIVERS

CFR.: Consiglio d’Europa: No alla legalizzazione dell’Eutanasia, in “Osservatore Romano”, 29 Aprile 2005, 1

              E’ stato bocciato il “Rapporto Marty” (dall’omonimo rappresentante europeo di origine svizzera) che ha presentato una curiosa e strana raccomandazione da far approvare in Parlamento “ASSISTENZA AI PAZIENTI IN FIN DI VITA”,  proposta già presentata in tempi non sospetti con l’introduzione a favore di farmaci palliativi per prevenire ogni forma di accanimento terapeutico come effettiva alternativa all’Eutanasia. In proposito, la Commissione parlamentare europea ha raccomandato i vari membri di analizzare la legislazione degli unici paesi europei che adottano l’Eutanasia (Belgio e Olanda) affinché, i vari cittadini possano avere una dovuta informazione senza essere violati nel rispetto dei diritti e nella dignità umana senza alcuna considerazione degli attuali leggi francesi sul caso.

 

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

 

 

L’accanimento terapeutico

 

 

 

2.1 – CURE PROPORZIONATE E SPROPORZIONATE

 

 

 

La discussione che interessa l’Eutanasia porta sempre in primo piano il ruolo del medico nel porre con un certo anticipo il termine della vita del paziente.

Questo comportamento evidenzia un profondo cambiamento nel ruolo del medico stesso che si trasforma da chi “agisce” esclusivamente per tenere in vita il suo paziente il più a lungo possibile, in chi “svolge” un ruolo attivo nel procurare la morte quando non esistono più possibilità di conservare al paziente una qualità dignitosa di vita.

Questo è l’aspetto del problema in cui si incontra la più importante opposizione negli ambienti medici.

Ma, la tradizione, assegna alla medicina due compiti fondamentali che richiamano il “Giuramento di Ippocate”:

sanare nel legittimo senso di guarire dalle malattie promuovendo la salute;

sedare nel senso di ricercare la migliore metodologia per somministrare il sollievo al dolore e alla sofferenza.

Un tempo, questi compiti erano compatibili tra loro a differenza di oggi che, non raramente, entrano in conflittualità tra loro.

Forse la causa primaria di cui vanno incontro i malati soggetti ad una fase terminale della propria vita, è proprio lo straordinario sviluppo della tecnologia e della medicina scientifica che, orientandosi prevalentemente sulla malattia e alle sue cure, cerca di sottolineare l’arduo compito di sanare a tutti i costi.

In questo modo è nato un vero e proprio movimento per le cure palliative affinché si possa scegliere di proseguire una migliore “qualità della vita” con l’obbiettivo che prevede la centralità del malato nelle cure.

Il giudizio sulla qualità della vita non può essere in alcun modo giudicato dall’esterno ma, direttamente dallo stesso paziente che sente e comunica.

Si è in presenza di una “centralità del malato” e sulla “soggettività del malato” che è, in definitiva, una nuova metodologia medica che comporta e ridefinisce i tradizionali ruoli del medico e del personale paramedico.

L’importanza delle cure palliative è quella di dare un grado di sollievo a ogni tipo di dolore, riducendo gradualmentela sofferenza con un atto di sollievo fisico del paziente e che, molte volte rendono superflui i ricorsi a misure controverse come l’Eutanasia e il suicidio assistito.

Si assume una realtà dove si sostiene che le cure palliative sono in grado di alleviare qualsiasi dolore e sofferenza tanto da vanificare qualsiasi domanda di Eutanasia da parte del malato.

L’assunzione delle cure palliative rispondono ad un impulso benefico – caritatevole che si sviluppa in un ambiente culturale cristiano.

Ma la realtà ci porta alla conoscenza di cure palliative non sempre  proporzionate al raggiungimento del proprio obbiettivo poiché ricorrono alla deliberata soppressione della coscienza del malato.

Oggi è possibile ritardare la morte ricorrendo alla conservazione artificiale della vita con un accanimento nei confronti di un malato sia che si trovi in uno stato terminale che in una situazione di irreversibilità.

Se una simile possibilità è strettamente legata al progresso tecnologico, si sviluppa una vera confusione con delle reali insidie di fraintendimento. In realtà, alcuni interpretano il binomio “Eutanasia” e “accanimento terapeutico” come un segno di una comune “volontà di potenza” da parte dell’uomo. (1)

In definitiva, sia con l’Eutanasia che con l’accanimento terapeutico, l’uomo intende affermare il proprio potere sulla morte tanto da poter affrettare (nel senso di anticipare con l’Eutanasia) o ritardare l’evento (nel senso di posticipare la morte con l’accanimento terapeutico). (2)

I due concetti (Eutanasia e accanimento terapeutico come cure sproporzionate) obbediscono a delle logiche dettate da risultati contrastanti.

L’Eutanasia è comandata dalla logica della morte procurata mentre, l’accanimento terapeutico è comandato dalla logica della vita ad ogni costo. (3)

In ogni caso, i due termini possono essere catalogati tra le cure sproporzionate che vanno oltre il limite dell’accanimento terapeutico.

Ma, poiché l’uomo ha il dovere di curarsi e di farsi curare, il curare un morente significa aiutarlo a morire con dignità umana e cristiana.

Il farsi curare significa alleviare le sofferenze con l’impiego di analgesici o narcotici (con il rischio di abbreviarne la fine) rinunciando o rifiutando il così detto “accanimento terapeutico”.

Analgesici o narcotici vengono somministrati ai malati sofferenti e terminali non per affrettarne la fine ma, per lenire la sofferenza anche se potrebbe sussistere il vero e subdolo pericolo degli effetti collaterali che possono portare il malato ad una fine più rapida.

Il Magistero di Pio XII precisa i quesiti posti in riguardo agli usi degli analgesici, dando una risposta ampia e precisa, ma ridurre all’incoscienza il malato con il ricorso sistematico dei narcotici, molte volte, per non dire spesso, serve ad evitare a coloro che si accostano al malato, un rapporto così difficile e faticoso con chi è vicino alla morte.

 

 

 

(1)               C. CASALONE, op. cit.;

(2)               D. TETTAMANZI, il morire umano e l’accanimento terapeutico, in “Bioetica nuove sfide per l’uomo”, Paoline, Casale Monferrato, 1987, 40-44;

(3)               Ib. 2, L’emergenza di una chiarificazione, in “Eutanasia, l’illusione della buona morte”, Piemme, Casale Monferrato, 1985, 23-25;

(4)               W. REICH, Compassione per chi assiste, in “L’etica a servizio della vita”, Paoline, Casale Monferrato, 1988, 203-206.

 

 

 

 

2.2 SENSO DEL DOLORE

 

 

 

La ragione che alimenta la scelta e la domanda dell’Eutanasia è determinata dalla dinamica del progresso scientifico medico.

L’ ampliamento di tale potere medico può indurre a un pieno controllo di tutto l’arco dell’esistenza dell’uomo che parte dalla sua nascita e si completa con la morte.

Questa dinamica viene maggiormente evidenziata nel caso di una eventuale Eutanasia o accanimento terapeutico.

Accanimento terapeutico ed Eutanasia possono sembrare due situazioni apparentemente opposte ma, il loro risultato, nell’uno e nell’altro caso, conducono a sintomi praticamente identici o similari.

Tutti e due tendono a valorizzare il confronto con l’appuntamento finale e più importante della storia del singolo uomo tanto da anticipare o ritardare il dominio del controllo che, nello stesso tempo risulta impossibile da affrontare.

La dinamica del progresso scientifico consente di poter curare meglio talune malattie o, in alcuni casi, di sconfiggere molte malattie anche se è difficile nascondere l’ambiguità non rilevabili.

Sono nate delle vere e proprie tecniche che producono delle situazioni inimmaginabili fino a pochi decenni addietro.

In questo modo, la scienza medica tratta il corpo alla pari di un mezzo meccanico, che deve durare il più possibile.

La malattia e la morte diventano dei dati biologici dove l’unica realtà è misurata da freddi e inanimati strumenti.

In questo modo, la richiesta dell’Eutanasia si auto-imprigiona in una logica contraddittoria. Se per un verso l’Eutanasia è un modo come un altro per sottrarsi alla modernità medica e alle varie cure palliative, dall’altro si chiede una ben specifica tecnologia e modernità medica per intervenire e centrare l’obbiettivo morte.

Il limite della sopravvivenza umana si trasforma in un prodotto artificiale come risultato ultimo.

Dopotutto, se si acconsente a una tale richiesta si giunge a degli esiti paradossali per la stessa medicina poiché, se ne stravolge il senso.

La vocazione del medico deve soddisfare il giuramento di Ippocrate.

Egli deve prendersi cura della persona malata, nel modo più qualificato possibile utilizzando tutte le sue conoscenze e le pratiche a lui note a partire da quegli atteggiamenti, che trovano la massima espressione nei gesti dell’assistenza e della terapia.

Gesti che non si distinguono con la soppressione o con il prolungamento della vita del paziente.

Anche il sistema medico, come tutti gli altri sistemi sociali contemporanei, sembra che abbia raggiunto l’apice con una sorte di capovolgimento tanto da renderlo snaturato: nato per curare la vita raggiungendo la “totale perfezione”, ha raggiunto la “imperfezione totale” riducendosi a infliggere la morte.

In questo modo, si conferisce un potere di vita e di morte al medico che nell’attuare l’Eutanasia rischia di aggravare quella sfiducia che si respira nella relazione medico-paziente, di cui il consenso dell’informazione diventa un correttivo incerto.

Come si può avere fiducia di un medico la cui professionalità diventa dubbia nell’unico impegno stabilito a sostegno della vita umana? E soprattutto come si può avere fiducia proprio nei momenti di sconforto e di insicurezza del malato?

Quando la medicina mette a disposizione tutti gli elementi e le sue conoscenze per combattere la morte e/o alleviare il dolore, sembra come se la stessa scienza offrisse una risposta alle attese di salvezza e di benessere oltre ad ogni ansia; lo stesso non è possibile dirlo quando la medicina si trova di fronte a sofferenze e angosce come nel caso di malattie inguaribili. In questo caso, la medicina si trova a corto di strumenti e di suggerimenti per superare e scoprire il significato.

Si scopre, con una certa riluttanza che, “salute” e “salvezza” non coincidono e il dispiacere maggiore proviene dal sapere che non si escogita alcuna soluzione che possa soddisfare  la differenza anzi, sopprimere i disagi sembra come una sovrapposizione, che porta alla soppressione della vita, la stessa vita che è portatrice dei disagi.

Quindi, l’Eutanasia espropria gli eventi fondamentali della vita contrastandosi con una medicina troppo tecnica e intrusiva.

Il paradosso dell’Eutanasia diventa la conferma di quelle condizioni da cui si cerca di evadere, cioè diventa identica, (in forma negativa) all’accanimento terapeutico.

Ma il dolore è una componente negativa dell’esperienza dell’uomo che si cerca di eliminare a tutti i costi.

Da una parte è un bene l’eliminazione del dolore, è come se non si legittimasse una punizione inflitta da un Dio, pertanto, diventa una punizione negativa da liberarcene.

In questo caso ci troviamo dinanzi a un Dio vendicativo, despota, capriccioso e sadico.

Ma, se eliminiamo l’esperienza del dolore, rischiamo di perdere di vista tutto il significato della nostra esistenza. E’ importante non perdere di vista la nostra esistenza ma, piuttosto è cercare una motivazione alla esperienza presente nella nostra esistenza. E’ un compito che la cultura ha sempre cercato di svolgere, ha cercato e cerca ancora ora di dare una spiegazione tanto da trovare delle valide ragioni motivate alla condivisione del dolore.

A differenza di molti altri aspetti della vita, il dolore rischia di diventare un’esperienza scollegata nel senso che, sia la sua percezione che i suoi sintomi sono mal vissuti e sofferti,  ingigantiti e assolutizzati e quindi, resi intollerabili.

La prima e unica reazione è la totale soppressione del dolore ad ogni costo senza  darne spiegazione.

E’ certamente un atteggiamento definito analgesico o anestetico per evitare ogni sorta di esperienza di disagio.

Ebbene, questa esperienza è totalmente propria, è dell’essere vivente che sviluppa la propria identità tramite un processo di continua distruzione e rigenerazione.

In questo modo, è possibile mantenere la propria identità solo rischiando (e qualche volta, perdendo) continuamente la realtà del nostro limite e della nostra mancanza.

 

 

 

 

2.3 MORIRE CON DIGNITA’

 

 

 

Una delle prerogative che (definiscono) l’Eutanasia ha è dunque, quella di ridurre la sofferenza come principale obbiettivo. Spesso però, si suppone che la richiesta di un intervento eutanistico o di una assistenza al suicidio da parte di un paziente, sia direttamente proporzionato alla gravità della sua malattia e della sofferenza.

Infatti, attraverso le così dette “cure palliative” si mette in moto un dubbio che relaziona la sofferenza vera e propria e il desiderio di morire.

Nasce in questo modo un vero diritto di “lasciarsi morire con dignità”.

I  vari sostenitori dell’Eutanasia potrebbero chiedersi:

“… qual è il motivo di accettare passivamente la fine della propria vita in preda a sofferenze atroci e a umiliazioni indicibili?” (1)

In un convegno tenutosi nel 1999, Indro Montanelli ebbe a dichiarare testualmente:

“…non ho paura della morte.

Ho paura di morire, di soffrire…”

E ancora:

“…cerco un medico che si impegni con me a farmi morire

come e quando gli chiederò di morire. Ma non ne trovo…” (2)

Queste dichiarazioni hanno acceso delle risposte dubbiose su un concetto che sconfina nell’Eutanasia da parte di alcune autorevoli voci del campo scientifico pur se improntate sulla stima del giornalista.

… e da queste affermazioni che nascono due aspetti importanti da chiarire:

1 – in che senso esiste un diritto di morire con dignità?;

2 – in che misura il ricorso all’Eutanasia sia effettivamente il modo migliore per risolvere il problema della sofferenza?.

In ogni caso non è possibile parlare di un “diritto” alla morte dato che la morte è un evento da cui nessuno può sottrarsi (come se fossimo degli immortali n.r.d.).

Forse è più giusto parlare di un diritto di morire bene, con serenità, senza sofferenza. Ciò coincide con il “diritto” di essere curati e assistiti con tutti i mezzi messi a disposizione senza fare ricorso a cure pericolose o troppo costose escludendo ogni terapia del “devi vivere a ogni costo” che servirebbe solo a prolungare la vita in modo artificiale e ponendo il malato in uno stato pietoso.

La risposta a Indro Montanelli arriva dal premio Nobel Rita Levi Montalcini con:

“…anch’io vorrei essere aiutata a morire, se soffrissi in modo

indicibile o se fossi ridotta a un vegetale…”

Se la morte venisse considerata universalmente come evento naturale dove, sono già fissate le varie circostanze, significherebbe già “morire con dignità” poiché si va incontro a delle circostanze che per se, sono eventi naturali quindi, stabiliti per ogni mortale e già predisposti dalla natura (e quindi da Dio).

In questo modo, il contesto culturale verrebbe largamente condiviso, trovando un minore attrito alla condanna morale dell’Eutanasia apparendo chiaro che, porre fine alla vita di un malato terminale (per eliminargli la sofferenza) andrebbe contro la stessa dignità del sofferente e delle leggi naturali (cioè, contro Dio).

L’uomo ha il diritto-dovere di assumersi le responsabilità dell’evento morte che è il momento più importante e decisivo della propria esistenza.

Pertanto, il diritto di morire con dignità non può coincidere con il supporto al diritto all’Eutanasia che si identifica in un comportamento individualistico e di ribellione inducono semplicemente ad una anticipazione che spesso risulta autosufficiente.

Dunque, Eutanasia e diritto di morire con dignità sono due realtà estremamente opposte.

Inoltre, come può l’Eutanasia risolvere realmente il problema della sofferenza?.

La radice culturale ci porta a considerare le malattie e le sofferenze come una sorte di maledizione.

Il portatore di un “male” si pone in una condizione umana priva di significato e di inutile valore quasi da rendere incompatibile la sofferenza e la dignità.

La realtà è tutt’altra infatti, l’uomo fino a quando continua a vivere, non può perdere la dignità radicata nella societàà e in se stesso.

La dignità non la perde lo psicopatico, la prostituta, l’assassino anche se questi hanno compiuto i più abominevoli e orrendi delitti.

La dignità non la può perdere il malato, lo storpio, il lebbroso o il moribondo anche se il loro stato di salute fisico e mentale è degenerato.

La malattia e di conseguenza il dolore, rischia di diventare una esperienza scollegata agli altri aspetti della vita. Le percezioni e i sintomi vengono separati dal senso della malattia e vengono vissuti, sofferti e ingigantiti nei valori assoluti tanto da renderli intollerabili e preferire una immediata reazione alla stessa soppressione senza chiedersi il perché.

L’Eutanasia diventa in questo modo un atteggiamento “analgesico” per non definirlo “anestetico” per stordire quella sensibilità, atta a evitare ogni esperienza di disagio o di tensione procurata dalla situazione di mancanza o di perdita di una vita sana.

 

 

 

(1)   B. SORGE, Eutanasia: da una etica di vita, in “Aggiornamenti sociali”, Settembre 2001, 547-553;

(2)   I. MONTANELLI, Nel dolore non c’è più libertà, in “ La Stampa ”, 3 Dicembre 1999, 1;

 

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

 

 

La valutazione morale

 

 

 

3.1 CONCEZIONE BIBBLICA

 

 

 

A prescindere dalla scelta (o posizione) religiosa, l’uomo ha la necessità di confrontarsi con delle realtà che possono stabilire delle condotte di vita. Si aprono dei varchi alle varie discussioni a livello concettuale, culturale e sociale per quanto riguarda l’aspetto religioso, morale e giuridico sul concetto sulla vita.

Per quanto riguarda l’aspetto religioso, la nostra unica arma (che in fin dei conti è la stessa per quasi tutte le religioni) è quella di possedere un’ ampia visione sulla tematica della morte e della sofferenza, una visione che non di rado viene posta al vertice di una piramide privilegiando la notevole importanza.

Nel nostro caso, come cattolici, la Bibbia o le Sacre Scritture, diventa un saldo punto di riferimento con motivazioni che, pur risalenti a circa 2000 anni or sono con il più giovane degli scritti, diventa un tema sempre attuale.

L’Antico Testamento e il Nuovo Testamento con le tradizioni e tutto ciò che riguarda il campo religioso, sono opere divinamente ispirate devono guidare le varie scelte nel campo della bioetica e nel nostro specifico caso, dell’Eutanasia.

Ma come bisogna fare per avere una conflittualità tra il nostro punto di riferimento che è la Bibbia e le teorie scientifiche o tecnologiche per interpretare delle situazioni che concretamente ci riguardano come l’Eutanasia?; e com’è possibile proporre una tecnologia scientifica in continua e costante evoluzione che possa ledere gli operatori medici cristiani e il giuramento di Ippocrate?.

Tra i principi biblici e il giuramento sussiste una debole e persistente convergenza anche se i vari operatori non hanno come ultima ratia la collocazione nel giuramento per quanto riguarda la problematica della bioetica anzi, è possibile sottolineare che il giuramento riflette il concetto biblico e filosofico di “grazia”. (1)

Alcuni insegnamenti biblici sono debitori di una sapienza che solo una rivelazione può giustificare; invece, per un operatore cattolico, la conflittualità tra Bibbia e teoria scientifica o teologica in voga, è il decidere sui propri ragionamenti e le varie apparenze esteriori decidendo se è la parola di Dio che ha il sopravvento o la ragione al comportamento.

Non è una vacua obbedienza ma, adottare una pratica e una condotta che propongono un insegnamento etico che, pur derivante dalla Bibbia, è strettamente connesso con la narrazione evangelica dell’azione di Gesù Cristo.

La visione biblica della vita, porta un forte e costante aiuto nel sostenere la sacralità della stessa vita e per tutti coloro che sono contrari alla pratica dell’Eutanasia a discapito dei sostenitori della qualità della vita.

Con il comandamento riportato dall’Antico Testamento (Es 20,13; Dt 5,17) e ripetuto nel Nuovo Testamento (Mt 5,21; Gv 2,8) “… non uccidere…”, il tema dell’Eutanasia (nel senso biblico) si ripropone fin dall’antichità tanto da non esaurirsi e per il quale non è possibile ottenere una risposta biunivoca.

Il nodo cruciale della tematica si basa sul tema della vita, della morte e della sofferenza ed è il problema della visione della vita umana che soggiace al tema della qualità e della sacralità della vita.

Della morte sappiamo ben poco e il dibattito ci orienta in un modo del tutto naturale sul piano religioso e cristiano inoltre, anche una visione generale del dolore e della sofferenza ci condiziona in un modo tale da pensare alla propria sofferenza e altrui dolori. (2)

Le Sacre Scritture ripercorrono interamente i tre grandi temi dell’uomo:

vita – morte – dolore

anche se l’Eutanasia integra altre e particolari tematiche che delineano i grandi temi dell’uomo; la vita dell’uomo è una diretta conseguenza dell’azione e della volontà di Dio (3), atto di creazione dal nulla, atto di amore e di volontà di originare la vita al di fuori di sé stesso tanto da pronunciare il Suo giudizio che è alla base della autenticità della convinzione cristiana sulla sacralità della vita:

“… Dio vide quello che aveva fatto,

ed ecco era molto buono…” (Gn 1,26-28).

Dio pronuncia il:

“…molto buono…”

e non il:

“… vide che era buono…”

Come il resto del creato.

Ma la Bibbia sottolinea e in modo piuttosto marcato, il compiacimento di Dio precisando l’azione divina nella creazione dell’uomo e della donna nel pronunciare:

“…facciamo l’uomo…”

e non

“…vi sia…”

come opera di completezza; inoltre, oltre alla benedizione e alle disposizioni che Dio impartisce prima di donare l’alito della vita, lo stesso alito che rese l’uomo una anima vivente, la cui appartenenza e somiglianza è esclusiva del suo plasmatore.

E ancora sulla sacralità della vita:

“… della vostra vita, io domanderò conto: non domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo, all’uomo, a ognuno di suo fratello…” (Gn 9,5-7).

I versetti sono notevolmente eloquenti tanto per far capire la sacralità della vita per il nostro Signore Dio per non dimenticare:

“…gli arcieri lo presero di mira con gli archi ed egli fu ferito gravemente dagli arcieri. Allora Saul disse al suo scudiero: sfodera la tua spada e trafiggimi…” (1Sam 31,3-6)

E seguendo la lettura (2Sam 1,1-15) si nota la netta disapprovazione del re Davide che, pur trionfando in battaglia non esulta anzi, si strappa le sue vesti in segno di dolore per la morte dell’avversario, morte non fermata dal suo scudiero amalacita.

Il concetto biblico non è quello di impadronirsi della morte in preda della disperazione anzi, deve esserci un abbraccio sereno (ars vivendi e ars moriendi) che deve costituire un tutt’uno con il cristiano e non deve nascere nemmeno il dubbio che risulterebbe impensabile, dall’idea di una vita insensata oppure indegna di essere vissuta.

In questo modo si radica una vera sfida alla mentalità di tutti i tempi dove, il profondo desiderio di vivere la propria vita deve essere in forza ad una libera autodeterminazione che culmina nel morire la propria morte poiché, i beni umani come vita e salute non sono da considerarsi fini a se stessi bensì, al servizio di un impegno disinteressato che scaturisce dalla speranza nel compimento eterno. (3)

 

 

(1)    E. MORSELLI, “Grazia”, in “Dizionario di filosofia e scienze umane”, Signorelli, Milano, 1997, 112;

(2)    J. F. MALHERBA, La medicalizzazione della vita e la resistenza della parola, in “Nascere, amare, morire”, Paoline, Casale Monferrato, 1988, 59-63;

(3)    LEONE – PRIVITERA, Eutanasia, in “Nuovo Dizionario di Bioetica”, Città Nuova, Roma.

 

 

 

3.2 INSEGNAMENTO MAGISTRALE

 

 

 

Il Magistero della Chiesa, in merito all’Eutanasia, ha cercato di evidenziare uno sviluppo alle varie fasi che hanno arricchito e chiarificato la trattazione in modo tale da offrire degli Orientamenti.

E’ nata la necessità di chiarire distintamente una progressione di concetti di cui:

1.      l’Eutanasia;

2.      la terapia del dolore;

3.      i mezzi terapeutici proporzionati – sproporzionati;

4.      il rifiuto dell’accanimento terapeutico.

Il Magistero della Chiesa, ampliando il discorso sull’Eutanasia stabilisce dei contatti con le altre culture contrarie alla vita e precisa una adeguata offerta all’assistenza del morente.

In questo modo, le evoluzioni degli orientamenti dottrinali diventano sempre più culturali e pastorali. La Chiesa si prodiga per seguire una vera evoluzione al passo del progresso medico e in una forma sempre positivo in merito al costume sociale all’epoca interessata.

La Dottrina della Chiesa parte da alcuni punti chiave e fermi che sono il riconoscimento della sacralità della vita umana in quanto noi siamo creature, il primato della persona nella società il cui dovere è il rispetto della vita di un innocente, rispecchiando in pieno il pensiero della Chiesa senza accettare correzioni.

Se le scienze e i progressi medici mettono in luce dei nuovi aspetti al problema dell’Eutanasia, la Chiesa pone delle ulteriori precisazioni sul piano etico e morale affinché le modifiche non influiscano negativamente sul modo di considerare la sofferenza e la morte.

Una medicina all’avanguardia, che prolunga la vita, preoccupa in modo angosciante non solo i sofferenti ma anche coloro che stremati dalla vecchiaia si sentono in diritto come premio dopo una lunga vita di ottenere un sollievo per una”dolce morte” che pur abbreviando il dolore, arrecherebbe una dignità più conforme al valore umano e alla vita trascorsa. (1)

Il Magistero della Chiesa pone la vita umana alla base dei fondamenti di tutti i beni ed è la condizione unica e necessaria per ogni convivenza sociale.

Ponendo la sacralità della vita, i credenti vedono in questa sacralità un dono dell’amore di Dio, dono che l’uomo deve conservare e fruttificare.

Da questa considerazione derivano alcuni principi quali:

  1. nessuno può attentare alla vita di un uomo opponendosi all’amore di Dio, violando un diritto fondamentale che è insito in ogni creatura di Dio;
  2. ogni uomo ha  il dovere di confermare il valore della propria vita che è parte integrante del disegno di Dio.

La vita viene affidata come un bene che deve portare i suoi frutti. Da questo si denuncia l’inaccettabilità da parte del Magistero della Chiesa ogni forma di Eutanasia infatti, un rifiuto alla vita significherebbe un rifiuto alla sovranità del valore di Dio e del suo disegno di amore.

L’Eutanasia vista come suicidio è possibile identificarlo anche come rifiuto di amore verso se stesso.

La Chiesa non è capace solo di “condannare” l’Eutanasia ma, si preoccupa anche della sofferenza del malato.

La morte non avviene solo ed esclusivamente alla fine di una interminabile sofferenza, pensiamo anche i casi estremi.

La natura, secondo molte testimonianze, è autosufficiente a provvedere già da sé a rendere più leggero il trapasso, anche se bisogna riconoscere che il tipo di evento lascia un triste segno indelebile sia sulla psiche che nei cuori di chi assiste un malato terminale.

Il dolore è soprattutto quello degli ultimi momenti della vita di ogni essere umano che assume un significato particolare sia sul piano salvifico di Dio che, nel nostro pensiero cattolico. Potremmo identificare il dolore all’immagine della Passione di Cristo tanto da farlo diventare una unione al sacrificio del Redento, che Cristo ha offerto alla volontà del Padre; ed è questo il motivo per il quale alcuni cristiani desiderano moderare l’uso degli analgesici affinché, possano accettare una parte della sofferenza associandosi in maniera cosciente alla sofferenza di Cristo crocifisso (Mt 27,34).

Tuttavia, il Magistero della Chiesa e la dottrina cattolica non amano questo tipo di sacrificio (che non sembra essere di poco conto) e invita tutti coloro che soffrono a non emularsi a questo tipo di atto di amore che potrebbe rivelarsi solo come atto “eroico”. La prudenza cristiana e soprattutto umana, suggerisce un uso proporzionato di medicinali analgesici, che possano lenire o (nei casi più felici) sopprimere il dolore anche se, gli effetti secondari e collaterali possano portare alla parziale mancanza di lucidità e al continuo aumento delle dosi, per mantenere l’efficacia, a causa dell’assuefazione al medicinale.

In proposito a questo argomentazione è possibile ricordare la dichiarazione di papa Pio XII che, investito sul problema dell’Eutanasia si è espresso in ben due circostanze se pur concomitanti tra loro:

1) la pratica e la dottrina nazista che iniziava ad affermarsi dal 1939;

2) chiarificazione sull’Eutanasia posta al Pontefice da parte del corpo medico cristiano.

Trascurando gli orrori praticati dal regime nazista, dove la pratica dell’Eutanasia veniva posta in essere come una liberazione di “esseri immondi” e non degni di vivere al cospetto dei così detti della “razza Ariana”, ci interessa maggiormente conoscere il pensiero in merito alla chiarificazione del corpo medico.

Papa Pio XII espose, in più riprese, il concetto della vita riassumendo l’insegnamento tradizionale della Chiesa:

“… della vita di un uomo non reo di delitto punibile con la pena di morte, solo signore è Dio … Niuno al mondo, nessuna persona privata, nessuna umana potestà può autorizzarlo alla diretta distruzione di essa. Il suo ufficio non è distruggere la vita, ma di salvarla…” (2)

A seguire…, ai partecipanti del primo congresso di istopatologia del sistema nervoso (14 settembre 1944), il Papa dice:

“ … il medico, come persona privata, non può prendere misura alcuna, né tentare alcun intervento senza consenso del paziente. Il medico non ha sul paziente se non i poteri e i diritti che questi gli conferisce, sia esplicitamente che implicitamente e in maniera tacita. Da parte sua il paziente non può conferire al medico il diritto di quanto possiede. Per quanto concerne il paziente egli è padrone assoluto di sé stesso, del proprio corpo, del proprio spirito. Non può dunque disporre liberamente, come gli piace…”.

La dottrina cristiana ribadisce lo stesso concetto anche ai legali rappresentanti che non hanno alcun diritto sul corpo e sulla vita di un malato, allo stesso modo è come se il malato fosse capace con le stesse estensioni facoltative. (3)

Una dura condanna viene pronunciata anche a coloro che impropriamente praticano la “Eutanasia indiretta” o meglio identificata come “terapia del dolore” dove, a seguito della somministrazione di farmaci, si possono avere  due effetti indiretti: la perdita di coscienza, l’abbreviazione della vita depredando all’uomo un “diritto naturale”.

Con papa Paolo VI, i toni sulla condanna dell’Eutanasia diventano più accesi. Il concetto di “diritto naturale” di papa Pio XII diventano “diritti umani” o “diritti della persona umana”:

“… ma la soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici… è permesso dalla religione e dalla morale, al medico e al paziente anche nell’avvicinarsi della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici abbrevierà la vita?”

Papa Pio XII rispose al quesito nel seguente modo:

“ … se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisca l’adempimento di altri doveri religiosi e morali: Si.” (4)

E’ evidente che il pensiero della Dottrina cristiana depone le sue armi in una morte non voluta o cercata in nessun modo anche se mette in gioco la vita altrui nell’uso di farmaci per una buona causa. (5)

 

 

 

 

(1) SANTA CONGREGAZIONE PER LA FEDE , l’Eutanasia, 9;

(2) F. SGRECCIA, L’insegnamento del Magistero della Chiesa, in “Manuale di bioetica – fondamenti ed etica biomedica”, Vita e Pensiero, Milano, 642 – 647;

(3) ib. 3;

(4) Ib. 2 e 3; CONCILIO VATICANO II, “Gaudium et Spes”, n. 27;

(5) DICHIARAZIONE DELLA SANTA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, “Eutanasia”, n. 3.

 

 

 

3.3       PRINCIPI MORALI

 

 

 

La morale è quella branca della filosofia che si basa su di una pluralità di fattori (1) il cui cardine ruota sul comportamento dell’uomo e sulle sue  decisioni che possono essere giudicate buone o non buone, giuste o non giuste, lecite o non lecite, permissive o non permissive, … regolate da norme.

Molte norme e regole che sono insite nell’indole individuale della persona occidentale, non possono essere giudicate ma, semplicemente descritte e valutate in base al contesto sociale, ambientale , antropologico e così via.

Dinanzi alla problematica morale dell’Eutanasia, non possiamo non pensare all’assistenza dalle somministrazioni delle cure da parte un proprio familiare o da una persona proveniente dal di fuori della cerchia familiare e che, alla fin fine viene afflitto da un male interiore o psicologico. Il malato ridotto in condizioni pietose orienterebbe i vari caregivers (2) secondo una formula etica normativa a somministrare continue e pietose cure per non causare affaticamenti. Il loro impegno si basa su delle ragioni che superano la “sacralità della vita” e la tutela dei “vincoli familiari”.

Non fermarsi alle problematiche che possono nascere con l’impatto della famiglia o dei caregivers sia a livello psicologico, economico e della qualità della vita lasciata come dura eredità non desiderata.

La Bibbia , impregnata di morale e di norme da osservare, è certamente un punto fermo per osservare, capire e seguire i dettami e il volere di Dio che non si esauriscono con il solo sesto comandamento “non uccidere” ma, guarda oltre la normale etica rispecchiandosi non solo in:

“… ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutte le tue forse,

 con tutta la tua mente e ama il prossimo come te stesso…” (Lu 10,27)

Ma la Chiesa ha assunto un particolare compito per assicurare una morte umana e dignitosa, tanto da adoperarsi più che per una morte fisica per un trapasso religioso. (3)

Nelle epoche passate, i vari ministri della Chiesa attuavano una connotazione pastorale in armonia a una visione antropologica che si rispecchiava nel soprannaturale.

L’uomo, nel suo trapasso acquisiva e acquisisce tutt’ora (per i credenti) un valore spirituale di particolare interesse, così la figura del sacerdote (quale Ministro di Dio) accompagna il morente al grande salto tra la vita terrena corporale e la vita spirituale.

In questo modo si attua ciò che viene chiamata una “buona morte” identificata anche come “morte cristiana”.

Si entra in armonia con la volontà di Dio come momento supremo della nostra unione alla volontà del Padre Nostro.

Attualmente, invece, la “dolce morte”, identificata con l’“Eutanasia”, traccia un solco indelebile tra la cultura della vita e la cultura della morte.

Prima Papa Pio XII e ripreso da Papa Paolo VI, ha dato dei validi chiarimenti in merito alla problematica dell’Eutanasia e in ultimo, Papa Giovanni Paolo II ha dedicato una intera Enciclica per  denunciare con forza la condanna del Magistero che:

“l’Eutanasia è un’arte non legalmente legittima riaffermando i valori assoluti della inviolabilità della vita umana”. (4)

Papa Pio XII contestò fermamente le brutture naziste che trovarono terreno fertile sulla base di una teoria che dimostrava la bontà della distruzione della vita senza valore con stermini di massa. Questi eccidi detti anche “Eutanasia sociale” o “Eutanasia di Stato” furono la messa in opera delle teorie delle “menti malate” partorite dal medico psichiatrico Alfred Hoche (1865 – 1943) e dal giurista Karl Binding (1841 – 1929). (5)

Le condanne emesse dai vari Magisteri nelle diverse epoche, confermano il costante insegnamento della teologia morale che motivando il rifiuto, così come precedentemente e ampiamente illustrato, dell’Eutanasia.

Inoltre, la fede e la speranza in Cristo ha dato al cristiano cattolico un senso e un significato alla propria esistenza, compresola morte cristiana.

Ma, in questo delicato passaggio c’è un forte richiamo alla difesa della vita umana e al rifiuto all’Eutanasia pertanto, è necessario evitare, quanto più è possibile, di diffondere il pensiero errato che l’Eutanasia viene evitata solo perché basata sulle ragioni della fede, trascurando la difesa dei morenti non è solo un dovere dei credenti.

La vita ha un valore non solo religioso ma, anche laico, riconosciuto da tutti coloro che si ispirano alla retta via della ragione. Nessuno deve avere il potere di anticipare la morte di un altro uomo, sia sottoforma di accanimento terapeutico, sia sotto qualsiasi altra forma di Eutanasia “diretta” o “indiretta.

Ed è sotto questo aspetto che è possibile tracciare un netto confine tra “Eutanasia” e “morte con dignità”.

La morale si esprime con il termine di “morte con dignità” quando non intravede alcuna forma di Eutanasia.

Però, in casi unicamente estremi, si potrebbe avere una forma di Eutanasia velata, perché quella morte è preceduta e/o accompagnata da sofferenze atroci e prolungate, lasciando un segno indelebile che angoscia l’uomo che assiste il morente (6). Si parla allora di “diritto alla morte” non inteso come diritto di procurare o farsi procurare la morte che più ci compiace per smettere di soffrire (7) ma, avere (come atto dovuto a un diritto) una morte serena e dignitosa visto come atto umano e cristiano.

Il Magistero della Chiesa e la Congregazione per la Dottrina della Fede hanno elaborato dei principi di base per poter aiutare il sofferente senza nulla togliere alla propria dignità umana e senza contravvenire ai valori morali che la Chiesa non vuole disperdere. Inoltre, per sopperire alle esigenze di chiarificazione al continuo evolversi dei progressi terapeutici (tanto da mettere a confronto i vari mezzi e tipi terapeutici) e tutelare le condizioni del malato terminale, con la Dichiarazione si esprimono ben quattro criteri di notevole utilità: (8)

1.      il malato può ricorrere oltre ai normali mezzi messi a disposizione dalla medicina corrente, anche quelli sperimentali e non esenti da rischi;

2.      è lecito l’interruzione di tali cure se non si notano benefici sempre con il consenso del malato o dei parenti e sentito il parere medico;

3.      ognuno può accettare anche le normali terapie mediche messe a disposizione;

4.      in coscienza, è possibile rinunciare alle cure, quando si è in presenza di una morte imminente, per prolungare penosamente la vita tuttavia, non è lecito e morale interrompere le normali cure che potrebbero alleviare il dolore.

Per cure normali devono intendersi anche l’alimentazione artificiale e non, l’idratazione, ecc. … .

Un segno indistruttibile di atto di amore morale ci proviene da Madre Teresa di Calcutta con la sua prima importante opera per i moribondi abbandonati:

“… un giorno vedemmo un uomo moribondo sul marciapiede lungo il Campbell Hospital, la Madre andò a informarsi ma le autorità dell’ospedale non potevano ricoverarlo.

Andammo in una farmacia per comprare qualche medicina e quando tornammo con le medicine, lo trovammo morto…”. (9)

 

 

 

(1)   Il termine “morale” viene coniato da Aristotele per designare una speciale classe di Virtù e se solo in un secondo tempo, Cicerone traduce il termine di “Etica” in “Morale” mentre, con Seneca appare il termine “Philisophia Moralis” (da “Mos” che significa costume);

(2)   Termine inglese che indica “Colui che si occupa in prima persona e in modo preponderante alle cure del malato” , in “La famiglia e il malato terminale”;

(3)   G. RICCIONE, Il dibattito sull’Eutanasia, prospettive bibliche, B.G.U., Roma, 2004,59;

(4)   Giovanni Paolo II, Enciclica “Evangelium Vitæ”;

(5)   M. PALMARO, Bioetica alla deriva, in “Studi Cattolici”, nn. 509 – 510 – 2003;

(6)   CORLI-PIZZUTO-MARINI-NASTRI, La famiglia e il malato terminale, G.P.A., Milano, 2005, 17;

(7)   E. SGRECCHIA, Manuale di Bioetica; G. RICCIONI, Il dibattito sull’Eutanasia, 53;

(8)   SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE,”Dichiarazione sull’Eutanasia”, n. 2;

(9)   E. LE JOLY, Madre Teresa, Paoline, Roma, 2003, 68.

 

 

 

CONCLUSIONE

 

 

 

L’eutanasia non è un discorso semplice da trattare. E’ una esperienza tra le più complesse e inquietanti che l’uomo potrebbe trovarsi ad affrontare, con tutte le sue problematiche, tanto da rilevare storie vere, assurde, spesso travolte da sofferenze, solitudine, angoscia, drammi, paure e così via. Storie che penetrano e scandagliano i cuori affaticati e sfiniti dal dolore e ancor più, angosciati dalla paura di una morte che si avvicina lentamente, una morte che potrebbe essere intesa come una “santa” liberazione.

Come possiamo giudicare una persona che pone la morte come protagonista principale in una scena teatrale dove sussiste una scelta libera e cosciente senza svincolarsi da quel pizzico di vittimismo?.

Attualmente, il dramma dell’Eutanasia si propone in una veste completamente rinnovata con problematiche che si sommano a quelle del passato, ponendosi alla stessa stregua della nostra società.

Il fenomeno dell’Eutanasia, negli ultimi anni, si presenta allargato, con un inevitabile aumento numerico di casi, che si distinguono dalla “classica malattia inguaribile”, fino a giungere a quelle formule “più moderne” eutanistiche che, a livello a dir poco fantascientifico, diagnosticano dei mali o malformazioni ancor prima dell’insorgere del problema. Un esempio è la Eutanasia prenatale ottenuta quando la moderna medicina diagnostica preventivamente delle assurde e inimmaginabili anomalie in un feto di poche settimane) oppure alle eventuali (e spero di sbagliarmi) Eutanasie collegate al problema demografico tanto è vero che il dr. R. H. Williams scrisse nel 1970 sulla rivista  “Northwest Medicine”:

“…un programma di prevenzione della sovrappopolazione deve includere l’Eutanasia, sia negativa che positiva…”. (1)

Ma la realtà dovrebbe portarci ad aderire nella pienezza dell’etimologia del termine anche se, oggigiorno questo significato è stato abbandonato al più comune degli interventi chiamato anche “soppressione” in modo indolore e anticipatario della vita altrui anche se il malato è in preda a insopportabili dolori e forse prossimo alla morte e tutto questo solo con lo scopo del beneficio della non sofferenza attuando una “Eutanasia pietosa”. (2)

E il gesto, come tale, diventa uno sgradevole atto di “giudizio” posto come una sacra “verità” ad opera di un’altra persona che si tramuta in un “giudizio di condanna” tanto da imporre all’Eutanasia un giudizio di un grave illecito morale:

“… si tratta infatti di una violenza della legge divina,

di una offesa alla dignità della persona umana,

 di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità …”. (3)

In effetti, con l’applicazione dell’Eutanasia, l’uomo si pone come padrone e arbitro della vita e della morte di un altro essere umano ma, in verità, questo compito spetta solo e solamente a Dio e al Suo divino giudizio:

“…sono Io, dovete riconoscerlo…

sono Io che do la morte e faccio vivere…”.  (Dt 32,39)

Pertanto, qualsiasi forma di morte, sia volontaria che provocata da altri, diventa intollerabile e inaccettabile.

Inoltre, un simile atto costituisce un “rifiuto” della sovranità di Dio e del Suo disegno di amore.

Da questo emerge un significato molto importante che si basa sul disconoscimento o il rifiuto di una sofferenza e della morte.

Andare incontro a ciò, può non avere un “senso”, tanto da considerare una malattia inguaribile, come una assurda situazione da rifiutare poiché, diventa un inutile tormento da evitare in qualsiasi modo.

Ma, l’Eutanasia, in qualsiasi forma o modo di esecuzione, diventa una sentenza di morte per un figlio di Dio, che viene divinizzato in tutto il suo essere (4) e la radice di tutto questo è la confusione inaccettabile del dualismo “dignità” e “qualità” della vita umana:

“… la vita ha una sua dignità interiore,

…, occorre fare di tutto per qualificarla,

per riempirla di bene anche a costo di rinunciare a noi stessi

a qualche bene di tempo, di salute,

di benessere a favore dei fratelli …”. (5)

Le stesse parole riecheggiano, anche se in un tono diverso, in un sunto del decimo anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia tenutosi nel 2004. Una lode di merito è stata rivolta a quelle famiglie e a quelle persone che, pur se affiancate da personale medico o paramedico, si sono completamente votati all’assistenza, stando al fianco del malato terminale dandogli quella fiducia di un operato ben fatto e quel calore e amore che forse non gli è stato mai dato prima anche con esborsi di grossi sacrifici come quelli economici, psicologici, e così via.

Forse, il dare la fiducia, il calore e l’amore a questi malati, ripaga ogni sacrificio (che possa essere economico o psicologico) più di qualsiasi altra terapia.

Invece, ricorrere all’Eutanasia, significa non essere capaci di capire il tipo di chiamata che ci viene rivolto da Dio cioè, è un unirsi misteriosamente a Cristo nel mistero della Chiesa.

Se non è chiaro il comportamento di una vita reale vissuta in Dio e se la fede in Gesù Cristo morto sulla croce viene meno, l’uomo non riuscirà a capire il carattere immorale dell’Eutanasia.

Anche al di fuori del concetto religioso, l’uomo può riconoscere l’Eutanasia come atto immorale seguendo semplicemente la scelta di quel semplice dualismo filosofico che cita:

  1. la vita umana è sacra
  2. l’uomo è una macchina notevolmente complessa.

Se l’uomo è una “macchina”, ha ben poco di sacro poiché, una macchina risponde solo meccanicamente.

Invece, questo tipo di macchina (riferito all’uomo) ha un qualcosa di “suo”, è un essere pensante che sa fare, sa agire, sa vivere e deve essere rispettato per il fine che porta in sé stesso, compreso la morte,  a differenza della macchina vera e propria che viene utilizzata solo come un semplice mezzo per compiere qualcosa.

Il problema nasce quando il “malato” di lunga degenza è tenuto in vita con mille peripezie.

E allora, mi chiedo:

“ … se la vita dell’uomo è sacra,

è  necessario tentare l’impossibile anche

 con la medicina e i macchinari più sofisticati?

Oppure, se l’uomo è una “macchina”

 (anche se complessa),

 che importanza potrebbe avere

a farla continuare o meno a esistere?”.

Pertanto, anche la medicina deve riconosce il proprio limite dinanzi la natura umana.

Ogni uomo che nasce, inevitabilmente deve morire, così, la morte rimane un elemento naturale come la vita, circostanza scevra da impedimenti di ogni genere. (6)

Il medico non ha e non deve avere il potere di decidere sulla vita di un altro essere Il suo compito di “fiducia” non deve limitarsi al solo lenire la sofferenza o assistere il malato ma, deve andare oltre cioè, l’evitare di privare il malato della sua coscienza senza aggravare le motivazioni.

Ma l’Eutanasia mascherata ci conduce a porci una domanda piuttosto provocatoria:

“…esiste un “diritto” a morire?” (7)

Come già scritto in precedenza, la morte è un evento inevitabile, integrante e impossibile da eliminare dalla vita di ogni uomo “terreno”, chiamato anche “mortale”. E’ un evento naturale a cui l’uomo non può opporsi e tanto meno sottrarsi. Pertanto, morire non diventa un diritto cioè, “atto dovuto” secondo il proprio libero arbitrio di dare e(o di procurare la morte per sé e per gli altri così come viene definito dai vari movimenti o associazioni a favore della legalizzazione dell’Eutanasia attiva o del suicidio assistito. I termini “diritto di morire” e “morte”, vengono spesso rivendicati dal malato terminale come un diritto dovuto nel chiedere e ricevere una “assistenza per morire”.

Avvalendoci di un articolo di una rivista americana e scritto da Leon R. Kass nel 1933 e intitolato “Esiste il diritto di morire?” (8) è possibile distinguere quattro possibili significati

  1. diritto di avere una assistenza per ottenere la morte (Eutanasia attiva volontaria)
  2. diritto al rifiuto dei trattamenti medici anche se tale decisione comporterebbe la morte
  3. diritto di una morte dignitosa (capacità di esercitare continuamente il controllo di sé stessi nonostante la malattia)
  4. diritto di scegliere il momento della propria morte.

Essere in possesso del diritto al rifiuto dei trattamenti medici anche se si è coscienti che una eventuale sospensione comporterebbe una inevitabile morte, è ben diverso dal diritto di ottenere una assistenza attiva di un medico per concludere la propria vita.

Chi propaganda questo principio come un diritto a una morte dignitosa mi fa fortemente desiderare di “umanizzare la morte”, circondando di cure, affetto e attenzioni il paziente, senza considerarlo un numero di una corsia o in una unità ospedaliera di lunga degenza o quanto meno, farlo assistere da un caregivers che, anche se potrebbe essere un emerito sconosciuto, porterebbe avanti un percorso di terminal pur sapendo di trovarsi in uno stato di estrema debolezza rispetto al compito gravoso che gli viene affidato, assumendo, con il tempo, un ruolo di forza in quanto diventa il regista della restante parte della vita e di relazione del malato e questo può rappresentare un sistema di protezione dal pensare e dal soffrire.

 

 

 

 

(1)   D. TETTAMANZI, Eutanasia, l’illusione della buona morte, Piemme, Casale Monferrato, 1985, 13;

(2)   SPAGNOLO – COMORETTO, Eutanasia , in “Medicina Morale”, marzo 2004, 507; Ibidem 1, 22;

(3)