LETTERA ENCICLICA

DEL
SOMMO PONTEFICE BENEDETTO
XVI
AI VESCOVI, AI PRESBITERI E AI
DIACONI, ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULL'AMORE CRISTIANO
INTRODUZIONE
1.
« Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (1
Gv 4, 16). Queste parole
della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare
chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche
la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso
versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica
dell'esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per
noi e vi abbiamo creduto ».
Abbiamo
creduto all'amore di Dio — così
il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All'inizio
dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì
l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo
orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva
espresso quest'avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il
mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia
la vita eterna » (3, 16). Con la centralità dell'amore, la fede cristiana ha
accolto quello che era il nucleo della fede d'Israele e al contempo ha dato a
questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L'Israelita credente, infatti,
prega ogni giorno con le parole del Libro
del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il
centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio,
il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con
tutta l'anima e con tutte le forze » ( 6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un
unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con quello dell'amore del
prossimo, contenuto nel Libro
del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19,
18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,
10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta
al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro.
In
un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino
il dovere dell'odio e della violenza, questo è un messaggio di grande
attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima
Enciclica desidero parlare dell'amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi
deve essere comunicato agli altri. Ecco così indicate le due grandi parti di
questa Lettera, tra loro profondamente connesse. La prima avrà un'indole più
speculativa, visto che in essa vorrei precisare — all'inizio del mio
Pontificato — alcuni dati essenziali sull'amore che Dio, in modo misterioso
e gratuito, offre all'uomo, insieme all'intrinseco legame di quell'Amore con
la realtà dell'amore umano. La seconda parte avrà un carattere più
concreto, poiché tratterà dell'esercizio ecclesiale del comandamento
dell'amore per il prossimo. L'argomento si presenta assai vasto; una lunga
trattazione, tuttavia, eccede lo scopo della presente Enciclica. È mio
desiderio insistere su alcuni elementi fondamentali, così da suscitare nel
mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all'amore divino
PRIMA
PARTE
L'UNITÀ DELL'AMORE
NELLA CREAZIONE
E NELLA STORIA DELLA SALVEZZA
Un
problema di linguaggio
Ricordiamo
in primo luogo il vasto campo semantico della parola « amore »: si parla di
amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per
il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell'amore
per il prossimo e dell'amore per Dio. In tutta questa molteplicità di
significati, però, l'amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima
concorrono inscindibilmente e all'essere umano si schiude una promessa di
felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per
eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore
sbiadiscono. Sorge allora la domanda: tutte queste forme di amore alla fine si
unificano e l'amore, pur in tutta la diversità delle sue manifestazioni, in
ultima istanza è uno solo, o invece utilizziamo una medesima parola per
indicare realtà totalmente diverse?
«
Eros » e « agape » – differenza e unità
3.
All'amore tra uomo e donna, che non nasce dal pensare e dal volere ma in certo
qual modo s'impone all'essere umano, l'antica Grecia ha dato il nome di
eros. Diciamo già in anticipo che l'Antico Testamento greco usa solo due
volte la parola eros, mentre il Nuovo Testamento non la usa mai: delle
tre parole greche relative all'amore — eros, philia (amore di
amicizia) e agape — gli scritti neotestamentari privilegiano
l'ultima, che nel linguaggio greco era piuttosto messa ai margini. Quanto
all'amore di amicizia (philia), esso viene ripreso e approfondito nel
Vangelo
di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi
discepoli. La messa in disparte della parola eros, insieme alla nuova
visione dell'amore che si esprime attraverso la parola agape, denota
indubbiamente nella novità del cristianesimo qualcosa di essenziale, proprio
a riguardo della comprensione dell'amore. Nella critica al cristianesimo che
si è sviluppata con crescente radicalità a partire dall'illuminismo, questa
novità è stata valutata in modo assolutamente negativo. Il cristianesimo,
secondo Friedrich Nietzsche, avrebbe dato da bere del veleno all'eros,
che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio.[1]
Con ciò il filosofo tedesco esprimeva una percezione molto diffusa:
4.
Ma è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l'eros?
Guardiamo al mondo pre- cristiano. I greci — senz'altro in analogia con
altre culture — hanno visto nell'eros innanzitutto l'ebbrezza, la
sopraffazione della ragione da parte di una « pazzia divina » che strappa
l'uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da
una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. Tutte le
altre potenze tra il cielo e la terra appaiono, così, d'importanza
secondaria: « Omnia vincit amor », afferma Virgilio nelle
Bucoliche — l'amore vince tutto — e aggiunge: « et nos cedamus
amori » — cediamo anche noi all'amore.[2]
Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità,
ai quali appartiene la prostituzione « sacra » che fioriva in molti templi.
L'eros venne quindi celebrato come forza divina, come comunione col
Divino.
A
questa forma di religione, che contrasta come potentissima tentazione con la
fede nell'unico Dio, l'Antico Testamento si è opposto con massima fermezza,
combattendola come perversione della religiosità. Con ciò però non ha per
nulla rifiutato l'eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo
stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell'eros,
che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel
tempio, le prostitute, che devono donare l'ebbrezza del Divino, non vengono
trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per
suscitare la « pazzia divina »: in realtà, esse non sono dee, ma persone
umane di cui si abusa. Per questo l'eros ebbro ed indisciplinato non è
ascesa, « estasi » verso il Divino, ma caduta, degradazione dell'uomo. Così
diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione
per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento
del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere
tende.
5.
Due cose emergono chiaramente da questo rapido sguardo alla concezione dell'eros
nella storia e nel presente. Innanzitutto che tra l'amore e il Divino esiste
una qualche relazione: l'amore promette infinità, eternità — una realtà
più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro
esistere. Ma al contempo è apparso che la via per tale traguardo non sta
semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall'istinto. Sono necessarie
purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della
rinuncia. Questo non è rifiuto dell'eros, non è il suo «
avvelenamento », ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza.
Ciò
dipende innanzitutto dalla costituzione dell'essere umano, che è composto di
corpo e di anima. L'uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si
ritrovano in intima unità; la sfida dell'eros può dirsi veramente
superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l'uomo ambisce di essere
solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto
animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d'altra
parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come
realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza. L'epicureo Gassendi,
scherzando, si rivolgeva a Cartesio col saluto: « O Anima! ». E Cartesio
replicava dicendo: « O Carne! ».[3]
Ma non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l'uomo, la
persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima.
Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l'uomo diventa pienamente
se stesso. Solo in questo modo l'amore — l'eros — può maturare
fino alla sua vera grandezza.
Oggi
non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato
avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono
sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è
ingannevole. L'eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una
semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso
diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell'uomo al
suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la
parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una
parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì
come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed
innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo
umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra
esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma
viene come respinto nel campo puramente biologico. L'apparente esaltazione del
corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede
cristiana, al contrario, ha considerato l'uomo sempre come essere uni-duale,
nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio
così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l'eros vuole sollevarci « in
estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per
questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di
guarigioni.
6.
Come dobbiamo configurarci concretamente questo cammino di ascesa e di
purificazione? Come deve essere vissuto l'amore, perché si realizzi
pienamente la sua promessa umana e divina? Una prima indicazione importante la
possiamo trovare nel Cantico
dei Cantici, uno dei libri dell'Antico Testamento ben noto ai
mistici. Secondo l'interpretazione oggi prevalente, le poesie contenute in
questo libro sono originariamente canti d'amore, forse previsti per una festa
di nozze israelitica, nella quale dovevano esaltare l'amore coniugale. In tale
contesto è molto istruttivo il fatto che, nel corso del libro, si trovano due
parole diverse per indicare l'« amore ». Dapprima vi è la parola « dodim
» — un plurale che esprime l'amore ancora insicuro, in una situazione di
ricerca indeterminata. Questa parola viene poi sostituita dalla parola « ahabà
», che nella traduzione greca dell'Antico Testamento è resa col termine di
simile suono « agape » che, come abbiamo visto, diventò
l'espressione caratteristica per la concezione biblica dell'amore. In
opposizione all'amore indeterminato e ancora in ricerca, questo vocabolo
esprime l'esperienza dell'amore che diventa ora veramente scoperta dell'altro,
superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l'amore
diventa cura dell'altro e per l'altro. Non cerca più se stesso, l'immersione
nell'ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell'amato: diventa
rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca.
Fa
parte degli sviluppi dell'amore verso livelli più alti, verso le sue intime
purificazioni, che esso cerchi ora la definitività, e ciò in un duplice
senso: nel senso dell'esclusività — « solo quest'unica persona » — e
nel senso del « per sempre ». L'amore comprende la totalità dell'esistenza
in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere
diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l'amore mira
all'eternità. Sì, amore è « estasi », ma estasi non nel senso di un
momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall'io
chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così
verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: « Chi cercherà
di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà » (Lc
17, 33), dice Gesù — una sua affermazione che si ritrova nei Vangeli in
diverse varianti (cfr Mt 10, 39; 16, 25; Mc 8, 35; Lc 9,
24; Gv 12, 25). Gesù con ciò descrive il suo personale cammino, che
attraverso la croce lo conduce alla resurrezione: il cammino del chicco di
grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Partendo dal
centro del suo sacrificio personale e dell'amore che in esso giunge al suo
compimento, egli con queste parole descrive anche l'essenza dell'amore e
dell'esistenza umana in genere.
7.
Le nostre riflessioni, inizialmente piuttosto filosofiche, sull'essenza
dell'amore ci hanno ora condotto per interiore dinamica fino alla fede
biblica. All'inizio si è posta la questione se i diversi, anzi opposti,
significati della parola amore sottintendessero una qualche unità profonda o
se invece dovessero restare slegati, l'uno accanto all'altro. Soprattutto, però,
è emersa la questione se il messaggio sull'amore, a noi annunciato dalla
Bibbia e dalla Tradizione della Chiesa, avesse qualcosa a che fare con la
comune esperienza umana dell'amore o non si opponesse piuttosto ad essa. A tal
proposito, ci siamo imbattuti nelle due parole fondamentali: eros come
termine per significare l'amore « mondano » e agape come espressione
per l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato. Le due concezioni vengono
spesso contrapposte come amore « ascendente » e amore « discendente ». Vi
sono altre classificazioni affini, come per esempio la distinzione tra amore
possessivo e amore oblativo (amor concupiscentiae – amor benevolentiae),
alla quale a volte viene aggiunto anche l'amore che mira al proprio
tornaconto.
Nel
dibattito filosofico e teologico queste distinzioni spesso sono state
radicalizzate fino al punto di porle tra loro in contrapposizione: tipicamente
cristiano sarebbe l'amore discendente, oblativo, l'agape appunto; la
cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe
caratterizzata dall'amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall'eros.
Se si volesse portare all'estremo questa antitesi, l'essenza del cristianesimo
risulterebbe disarticolata dalle fondamentali relazioni vitali dell'esistere
umano e costituirebbe un mondo a sé, da ritenere forse ammirevole, ma
decisamente tagliato fuori dal complesso dell'esistenza umana. In realtà
eros e agape — amore ascendente e amore discendente — non si
lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro. Quanto più ambedue, pur
in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell'unica realtà dell'amore,
tanto più si realizza la vera natura dell'amore in genere. Anche se l'eros
inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande
promessa di felicità — nell'avvicinarsi poi all'altro si porrà sempre meno
domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell'altro, si
preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà « esserci per »
l'altro. Così il momento dell'agape si inserisce in esso; altrimenti
l'eros decade e perde anche la sua stessa natura. D'altra parte, l'uomo
non può neanche vivere esclusivamente nell'amore oblativo, discendente. Non
può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve
egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può — come ci dice il Signore
— diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7,
37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di
nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore
trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34).
I
Padri hanno visto simboleggiata in vari modi, nella narrazione della scala di
Giacobbe, questa connessione inscindibile tra ascesa e discesa, tra l'eros
che cerca Dio e l'agape che trasmette il dono ricevuto. In quel testo
biblico si riferisce che il patriarca Giacobbe in sogno vide, sopra la pietra
che gli serviva da guanciale, una scala che giungeva fino al cielo, sulla
quale salivano e scendevano gli angeli di Dio (cfr Gn 28, 12; Gv
1, 51). Colpisce in modo particolare l'interpretazione che il Papa Gregorio
Magno dà di questa visione nella sua Regola pastorale. Il pastore
buono, egli dice, deve essere radicato nella contemplazione. Soltanto in
questo modo, infatti, gli sarà possibile accogliere le necessità degli altri
nel suo intimo, cosicché diventino sue: « per pietatis viscera in se
infirmitatem caeterorum transferat ».[4]
San Gregorio, in questo contesto, fa riferimento a san Paolo che vien rapito
in alto fin nei più grandi misteri di Dio e proprio così, quando ne
discende, è in grado di farsi tutto a tutti (cfr 2 Cor 12, 2-4; 1
Cor 9, 22). Inoltre indica l'esempio di Mosè che sempre di nuovo entra
nella tenda sacra restando in dialogo con Dio per poter così, a partire da
Dio, essere a disposizione del suo popolo. « Dentro [la tenda] rapito in alto
mediante la contemplazione, si lascia fuori [della tenda] incalzare dal peso
dei sofferenti: intus in contemplationem rapitur, foris infirmantium
negotiis urgetur ».[5]
8.
Abbiamo così trovato una prima risposta, ancora piuttosto generica, alle due
domande suesposte: in fondo l'« amore » è un'unica realtà, seppur con
diverse dimensioni; di volta in volta, l'una o l'altra dimensione può
emergere maggiormente. Dove però le due dimensioni si distaccano
completamente l'una dall'altra, si profila una caricatura o in ogni caso una
forma riduttiva dell'amore. E abbiamo anche visto sinteticamente che la fede
biblica non costruisce un mondo parallelo o un mondo contrapposto rispetto a
quell'originario fenomeno umano che è l'amore, ma accetta tutto l'uomo
intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al
contempo nuove dimensioni. Questa novità della fede biblica si manifesta
soprattutto in due punti, che meritano di essere sottolineati: l'immagine di
Dio e l'immagine dell'uomo.
La
novità della fede biblica
9.
Vi è anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il
mondo della Bibbia, l'immagine di dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco
chiara e in sé contraddittoria. Nel cammino della fede biblica diventa invece
sempre più chiaro ed univoco ciò che la preghiera fondamentale di Israele,
lo Shema, riassume nelle parole: « Ascolta, Israele: il
Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo » (Dt 6, 4). Esiste
un solo Dio, che è il Creatore del cielo e della terra e perciò è anche il
Dio di tutti gli uomini. Due fatti in questa precisazione sono singolari: che
veramente tutti gli altri dei non sono Dio e che tutta la realtà nella quale
viviamo risale a Dio, è creata da Lui. Certamente, l'idea di una creazione
esiste anche altrove, ma solo qui risulta assolutamente chiaro che non un dio
qualsiasi, ma l'unico vero Dio, Egli stesso, è l'autore dell'intera realtà;
essa proviene dalla potenza della sua Parola creatrice. Ciò significa che
questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata
voluta, da Lui « fatta ». E così appare ora il secondo elemento importante:
questo Dio ama l'uomo. La potenza divina che Aristotele, al culmine della
filosofia greca, cercò di cogliere mediante la riflessione, è sì per ogni
essere oggetto del desiderio e dell'amore — come realtà amata questa
divinità muove il mondo[6]—,
ma essa stessa non ha bisogno di niente e non ama, soltanto viene amata.
L'unico Dio in cui Israele crede, invece, ama personalmente. Il suo amore,
inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo
ama — con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l'intera umanità.
Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz'altro come eros,
che tuttavia è anche e totalmente agape.[7]
Soprattutto
i profeti Osea ed Ezechiele hanno descritto questa passione di Dio per il suo
popolo con ardite immagini erotiche. Il rapporto di Dio con Israele viene
illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio; di
conseguenza, l'idolatria è adulterio e prostituzione. Con ciò si accenna
concretamente — come abbiamo visto — ai culti della fertilità con il loro
abuso dell'eros, ma al contempo viene anche descritto il rapporto di
fedeltà tra Israele e il suo Dio. La storia d'amore di Dio con Israele
consiste, in profondità, nel fatto che Egli dona
L'aspetto
filosofico e storico-religioso da rilevare in questa visione della Bibbia sta
nel fatto che, da una parte, ci troviamo di fronte ad un'immagine strettamente
metafisica di Dio: Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere;
ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione
primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero
amore. In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma
contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape. Da ciò
possiamo comprendere che la ricezione del Cantico
dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata
ben presto nel senso che quei canti d'amore descrivono, in fondo, il rapporto
di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio. In questo modo il Cantico
dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in
quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si
esprime l'essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell'uomo
con Dio — il sogno originario dell'uomo –, ma questa unificazione non è
un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo del Divino; è unità
che crea amore, in cui entrambi — Dio e l'uomo — restano se stessi e
tuttavia diventano pienamente una cosa sola: « Chi si unisce al Signore forma
con lui un solo spirito », dice san Paolo (1 Cor 6, 17).
11.
La prima novità della fede biblica consiste, come abbiamo visto,
nell'immagine di Dio; la seconda, con essa essenzialmente connessa, la
troviamo nell'immagine dell'uomo. Il racconto biblico della creazione parla
della solitudine del primo uomo, Adamo, al quale Dio vuole affiancare un
aiuto. Fra tutte le creature, nessuna può essere per l'uomo quell'aiuto di
cui ha bisogno, sebbene a tutte le bestie selvatiche e a tutti gli uccelli
egli abbia dato un nome, integrandoli così nel contesto della sua vita.
Allora, da una costola dell'uomo, Dio plasma la donna. Ora Adamo trova l'aiuto
di cui ha bisogno: « Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle
mie ossa » (Gn 2, 23). È possibile vedere sullo sfondo di questo
racconto concezioni quali appaiono, per esempio, anche nel mito riferito da
Platone, secondo cui l'uomo originariamente era sferico, perché completo in
se stesso ed autosufficiente. Ma, come punizione per la sua superbia, venne da
Zeus dimezzato, così che ora sempre anela all'altra sua metà ed è in
cammino verso di essa per ritrovare la sua interezza.[8]
Nel racconto biblico non si parla di punizione; l'idea però che l'uomo sia in
qualche modo incompleto, costituzionalmente in cammino per trovare nell'altro
la parte integrante per la sua interezza, l'idea cioè che egli solo nella
comunione con l'altro sesso possa diventare « completo », è senz'altro
presente. E così il racconto biblico si conclude con una profezia su Adamo:
« Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua
moglie e i due saranno una sola carne » (Gn 2, 24).
Due
sono qui gli aspetti importanti: l'eros è come radicato nella natura
stessa dell'uomo; Adamo è in ricerca e « abbandona suo padre e sua madre »
per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l'interezza
dell'umanità, diventano « una sola carne ». Non meno importante è il
secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l'eros rimanda
l'uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività;
così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione. All'immagine del
Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su
un amore esclusivo e definitivo diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo
popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell'amore
umano. Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi
non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.
Gesù
Cristo – l'amore incarnato di Dio
12.
Anche se finora abbiamo parlato prevalentemente dell'Antico Testamento,
tuttavia l'intima compenetrazione dei due Testamenti come unica Scrittura
della fede cristiana si è già resa visibile. La vera novità del Nuovo
Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà
carne e sangue ai concetti — un realismo inaudito. Già nell'Antico
Testamento la novità biblica non consiste semplicemente in nozioni astratte,
ma nell'agire imprevedibile e in certo senso inaudito di Dio. Questo agire di
Dio acquista ora la sua forma drammatica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio
stesso insegue la « pecorella smarrita », l'umanità sofferente e perduta.
Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella
smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al
figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma
costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte
in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si
dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più
radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla
Giovanni (cfr 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di
questa Lettera enciclica: « Dio è amore » (1 Gv 4, 8). È lì che
questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi
che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada
del suo vivere e del suo amare.
14.
Ora però c'è da far attenzione ad un altro aspetto: la « mistica » del
Sacramento ha un carattere sociale, perché nella comunione sacramentale io
vengo unito al Signore come tutti gli altri comunicanti: « Poiché c'è un
solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti
partecipiamo dell'unico pane », dice san Paolo (1 Cor 10, 17).
L'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali
Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli
soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La
comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l'unità
con tutti i cristiani. Diventiamo « un solo corpo », fusi insieme in
un'unica esistenza. Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente
uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé. Da ciò si comprende come agape
sia ora diventata anche un nome dell'Eucaristia: in essa l'agape di
Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e
attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento
cristologico-sacramentale si può capire correttamente l'insegnamento di Gesù
sull'amore. Il passaggio che Egli fa fare dalla Legge e dai Profeti al duplice
comandamento dell'amore verso Dio e verso il prossimo, la derivazione di tutta
l'esistenza di fede dalla centralità di questo precetto, non è semplice
morale che poi possa sussistere autonomamente accanto alla fede in Cristo e
alla sua riattualizzazione nel Sacramento: fede, culto ed ethos si
compenetrano a vicenda come un'unica realtà che si configura nell'incontro
con l'agape di Dio. La consueta contrapposizione di culto ed etica qui
semplicemente cade. Nel « culto » stesso, nella comunione eucaristica è
contenuto l'essere amati e l'amare a propria volta gli altri. Un' Eucaristia
che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa
frammentata. Reciprocamente — come dovremo ancora considerare in modo più
dettagliato — il « comandamento » dell'amore diventa possibile solo perché
non è soltanto esigenza: l'amore può essere « comandato » perché prima è
donato.
15.
È a partire da questo principio che devono essere comprese anche le grandi
parabole di Gesù. Il ricco epulone (cfr Lc 16, 19-31) implora dal
luogo della dannazione che i suoi fratelli vengano informati su ciò che
succede a colui che ha disinvoltamente ignorato il povero in necessità. Gesù
raccoglie per così dire tale grido di aiuto e se ne fa eco per metterci in
guardia, per riportarci sulla retta via. La parabola del buon Samaritano (cfr Lc
10, 25-37) conduce soprattutto a due importanti chiarificazioni. Mentre il
concetto di « prossimo » era riferito, fino ad allora, essenzialmente ai
connazionali e agli stranieri che si erano stanziati nella terra d'Israele e
quindi alla comunità solidale di un paese e di un popolo, adesso questo
limite viene abolito. Chiunque ha bisogno di me e io posso aiutarlo, è il mio
prossimo. Il concetto di prossimo viene universalizzato e rimane tuttavia
concreto. Nonostante la sua estensione a tutti gli uomini, non si riduce
all'espressione di un amore generico ed astratto, in se stesso poco
impegnativo, ma richiede il mio impegno pratico qui ed ora. Rimane compito
della Chiesa interpretare sempre di nuovo questo collegamento tra lontananza e
vicinanza in vista della vita pratica dei suoi membri. Infine, occorre qui
rammentare, in modo particolare, la grande parabola del Giudizio finale (cfr Mt
25, 31-46), in cui l'amore diviene il criterio per la decisione definitiva sul
valore o il disvalore di una vita umana. Gesù si identifica con i bisognosi:
affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati. « Ogni volta che
avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l'avete fatto a me » (Mt 25, 40). Amore di Dio e amore del prossimo si
fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù
incontriamo Dio.
Amore
di Dio e amore del prossimo
16.
Dopo aver riflettuto sull'essenza dell'amore e sul suo significato nella fede
biblica, rimane una duplice domanda circa il nostro atteggiamento: è
veramente possibile amare Dio pur non vedendolo? E: l'amore si può comandare?
Contro il duplice comandamento dell'amore esiste la duplice obiezione, che
risuona in queste domande. Nessuno ha mai visto Dio — come potremmo amarlo?
E inoltre: l'amore non si può comandare; è in definitiva un sentimento che
può esserci o non esserci, ma che non può essere creato dalla volontà.
Nello
sviluppo di questo incontro si rivela con chiarezza che l'amore non è
soltanto un sentimento. I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può
essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell'amore.
Abbiamo all'inizio parlato del processo delle purificazioni e delle
maturazioni, attraverso le quali l'eros diventa pienamente se stesso,
diventa amore nel pieno significato della parola. È proprio della maturità
dell'amore coinvolgere tutte le potenzialità dell'uomo ed includere, per così
dire, l'uomo nella sua interezza. L'incontro con le manifestazioni visibili
dell'amore di Dio può suscitare in noi il sentimento della gioia, che nasce
dall'esperienza dell'essere amati. Ma tale incontro chiama in causa anche la
nostra volontà e il nostro intelletto. Il riconoscimento del Dio vivente è
una via verso l'amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce
intelletto, volontà e sentimento nell'atto totalizzante dell'amore. Questo
però è un processo che rimane continuamente in cammino: l'amore non è mai
« concluso » e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e
proprio per questo rimane fedele a se stesso. Idem velle atque idem nolle[9]
— volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi
hanno riconosciuto come autentico contenuto dell'amore: il diventare l'uno
simile all'altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La
storia d'amore tra Dio e l'uomo consiste appunto nel fatto che questa
comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così,
il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà
di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi
impongono dall'esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all'esperienza
che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso.[10]
Allora cresce l'abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia (cfr Sal
73 [72], 23-28).
18.
Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla
Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con
Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può
realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è
diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora
imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con
i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è
mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua
interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio
arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate,
accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo
e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso
donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra
l'interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui
SECONDA
PARTE
CARITAS
L'ESERCIZIO DELL'AMORE
DA PARTE DELLA CHIESA
QUALE « COMUNITÀ D'AMORE »
La
carità della Chiesa come manifestazione dell'amore trinitario
19.
« Se vedi la carità, vedi
Lo
Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale,
affinché sia nel mondo testimone dell'amore del Padre, che vuole fare
dell'umanità, nel suo Figlio, un'unica famiglia. Tutta l'attività della
Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell'uomo: cerca
la sua evangelizzazione mediante
La
carità come compito della Chiesa
21.
Un passo decisivo nella difficile ricerca di soluzioni per realizzare questo
fondamentale principio ecclesiale diventa visibile in quella scelta di sette
uomini che fu l'inizio dell'ufficio diaconale (cfr At 6, 5-6). Nella
Chiesa delle origini, infatti, si era creata, nella distribuzione quotidiana
alle vedove, una disparità tra la parte di lingua ebraica e quella di lingua
greca. Gli Apostoli, ai quali erano affidati innanzitutto la « preghiera »
(Eucaristia e Liturgia) e il « servizio della Parola », si sentirono
eccessivamente appesantiti dal « servizio delle mense »; decisero pertanto
di riservare a sé il ministero principale e di creare per l'altro compito,
pur necessario nella Chiesa, un consesso di sette persone. Anche questo gruppo
però non doveva svolgere un servizio semplicemente tecnico di distribuzione:
dovevano essere uomini « pieni di Spirito e di saggezza » (cfr At 6,
1-6). Ciò significa che il servizio sociale che dovevano effettuare era
assolutamente concreto, ma al contempo era senz'altro anche un servizio
spirituale; il loro perciò era un vero ufficio spirituale, che realizzava un
compito essenziale della Chiesa, quello dell'amore ben ordinato del prossimo.
Con la formazione di questo consesso dei Sette, la « diaconia » — il
servizio dell'amore del prossimo esercitato comunitariamente e in modo
ordinato — era ormai instaurata nella struttura fondamentale della Chiesa
stessa.
22.
Con il passare degli anni e con il progressivo diffondersi della Chiesa,
l'esercizio della carità si confermò come uno dei suoi ambiti essenziali,
insieme con l'amministrazione dei Sacramenti e l'annuncio della Parola:
praticare l'amore verso le vedove e gli orfani, verso i carcerati, i malati e
i bisognosi di ogni genere appartiene alla sua essenza tanto quanto il
servizio dei Sacramenti e l'annuncio del Vangelo.
24.
Un accenno alla figura dell'imperatore Giuliano l'Apostata († 363) può
mostrare ancora una volta quanto essenziale fosse per
25.
Giunti a questo punto, raccogliamo dalle nostre riflessioni due dati
essenziali:
a)
L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della
Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia),
servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a
vicenda e non possono essere separati l'uno dall'altro. La carità non è per
b)
Giustizia
e carità
26.
Fin dall'Ottocento contro l'attività caritativa della Chiesa è stata
sollevata un'obiezione, sviluppata poi con insistenza soprattutto dal pensiero
marxista. I poveri, si dice, non avrebbero bisogno di opere di carità, bensì
di giustizia. Le opere di carità — le elemosine — in realtà sarebbero,
per i ricchi, un modo di sottrarsi all'instaurazione della giustizia e di
acquietare la coscienza, conservando le proprie posizioni e frodando i poveri
nei loro diritti. Invece di contribuire attraverso singole opere di carità al
mantenimento delle condizioni esistenti, occorrerebbe creare un giusto ordine,
nel quale tutti ricevano la loro parte dei beni del mondo e quindi non abbiano
più bisogno delle opere di carità. In questa argomentazione, bisogna
riconoscerlo, c'è del vero, ma anche non poco di errato. È vero che norma
fondamentale dello Stato deve essere il perseguimento della giustizia e che lo
scopo di un giusto ordine sociale è di garantire a ciascuno, nel rispetto del
principio di sussidiarietà, la sua parte dei beni comuni. È quanto la
dottrina cristiana sullo Stato e la dottrina sociale della Chiesa hanno sempre
sottolineato. La questione del giusto ordine della collettività, da un punto
di vista storico, è entrata in una nuova situazione con la formazione della
società industriale nell'Ottocento. Il sorgere dell'industria moderna ha
dissolto le vecchie strutture sociali e con la massa dei salariati ha
provocato un cambiamento radicale nella composizione della società,
all'interno della quale il rapporto tra capitale e lavoro è diventato la
questione decisiva — una questione che sotto tale forma era prima
sconosciuta. Le strutture di produzione e il capitale erano ormai il nuovo
potere che, posto nelle mani di pochi, comportava per le masse lavoratrici una
privazione di diritti contro la quale bisognava ribellarsi.
27.
È doveroso ammettere che i rappresentanti della Chiesa hanno percepito solo
lentamente che il problema della giusta struttura della società si poneva in
modo nuovo. Non mancarono pionieri: uno di questi fu, ad esempio, il Vescovo
Ketteler di Magonza († 1877). Come risposta alle necessità concrete sorsero
pure circoli, associazioni, unioni, federazioni e soprattutto nuove
Congregazioni religiose, che nell'Ottocento scesero in campo contro la povertà,
le malattie e le situazioni di carenza nel settore educativo. Nel 1891, entrò
in scena il magistero pontificio con l'Enciclica Rerum
novarum di Leone XIII. Vi fece seguito, nel
28.
Per definire più accuratamente la relazione tra il necessario impegno per la
giustizia e il servizio della carità, occorre prendere nota di due
fondamentali situazioni di fatto:
a)
Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della
politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una
grande banda di ladri, come disse una volta Agostino: « Remota itaque
iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? ».[18]
Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò
che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21), cioè la
distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II,
l'autonomia delle realtà temporali.[19]
Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la
pace tra gli aderenti alle diverse religioni;
La
giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. La
politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici
ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia,
e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente
di fronte all'interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma
questa domanda presuppone l'altra più radicale: che cosa è la giustizia?
Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare
rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo
accecamento etico, derivante dal prevalere dell'interesse e del potere che
l'abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile.
In
questo punto politica e fede si toccano. Senz'altro, la fede ha la sua
specifica natura di incontro con il Dio vivente — un incontro che ci apre
nuovi orizzonti molto al di là dell'ambito proprio della ragione. Ma al
contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla
prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l'aiuta ad essere
meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore
il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio. È qui che si
colloca la dottrina sociale cattolica: essa non vuole conferire alla Chiesa un
potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede
prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole
semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio
aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere
riconosciuto e poi anche realizzato.
La
dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto
naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere
umano. E sa che non è compito della Chiesa far essa stessa valere
politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della
coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle
vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base
ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale.
Questo significa che la costruzione di un giusto ordinamento sociale e
statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un
compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare.
Trattandosi di un compito politico, questo non può essere incarico immediato
della Chiesa. Ma siccome è allo stesso tempo un compito umano primario,
b)
L'amore — caritas — sarà sempre necessario, anche nella società
più giusta. Non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere
superfluo il servizio dell'amore. Chi vuole sbarazzarsi dell'amore si dispone
a sbarazzarsi dell'uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che
necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci
saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile
un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo.[20]
Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in
definitiva un'istanza burocratica che non può assicurare l'essenziale di cui
l'uomo sofferente — ogni uomo — ha bisogno: l'amorevole dedizione
personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma
invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del
principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze
sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto.
29.
Così possiamo ora determinare più precisamente, nella vita della Chiesa, la
relazione tra l'impegno per un giusto ordinamento dello Stato e della società,
da una parte, e l'attività caritativa organizzata, dall'altra. Si è visto
che la formazione di strutture giuste non è immediatamente compito della
Chiesa, ma appartiene alla sfera della politica, cioè all'ambito della
ragione autoresponsabile. In questo, il compito della Chiesa è mediato, in
quanto le spetta di contribuire alla purificazione della ragione e al
risveglio delle forze morali, senza le quali non vengono costruite strutture
giuste, né queste possono essere operative a lungo.
Il
compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece
proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a
partecipare in prima persona alla vita pubblica. Non possono pertanto abdicare
« alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa,
amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e
istituzionalmente il bene comune ».[21]
Missione dei fedeli laici è pertanto di configurare rettamente la vita
sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri
cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità.[22]
Anche se le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai
confondersi con l'attività dello Stato, resta tuttavia vero che la carità
deve animare l'intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro
attività politica, vissuta come « carità sociale ».[23]
Le
organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono invece un suo opus
proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora
collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo
quello che corrisponde alla sua natura.
Le
molteplici strutture di servizio caritativo nell'odierno contesto sociale
30.
Prima di tentare una definizione del profilo specifico delle attività
ecclesiali a servizio dell'uomo, vorrei ora considerare la situazione generale
dell'impegno per la giustizia e per l'amore nel mondo odierno.
a)
I mezzi di comunicazione di massa hanno oggi reso il nostro pianeta più
piccolo, avvicinando velocemente uomini e culture profondamente diversi. Se
questo « stare insieme » a volte suscita incomprensioni e tensioni,
tuttavia, il fatto di venire, ora, in modo molto più immediato a conoscenza
delle necessità degli uomini costituisce soprattutto un appello a
condividerne la situazione e le difficoltà. Ogni giorno siamo resi coscienti
di quanto si soffra nel mondo, nonostante i grandi progressi in campo
scientifico e tecnico, a causa di una multiforme miseria, sia materiale che
spirituale. Questo nostro tempo richiede, dunque, una nuova disponibilità a
soccorrere il prossimo bisognoso. Già il Concilio Vaticano II lo ha
sottolineato con parole molto chiare: « Oggi che i mezzi di comunicazione
sono divenuti più rapidi e le distanze fra gli uomini quasi eliminate [...],
l'azione caritativa può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomini e
tutte quante le necessità ».[24]
D'altro
canto — ed è questo un aspetto provocatorio e al contempo incoraggiante del
processo di globalizzazione — il presente mette a nostra disposizione
innumerevoli strumenti per prestare aiuto umanitario ai fratelli bisognosi,
non ultimi i moderni sistemi per la distribuzione di cibo e di vestiario, come
anche per l'offerta di alloggio e di accoglienza. Superando i confini delle
comunità nazionali, la sollecitudine per il prossimo tende così ad allargare
i suoi orizzonti al mondo intero. Il Concilio Vaticano II ha giustamente
rilevato: « Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il
crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli ».[25]
Gli enti dello Stato e le associazioni umanitarie assecondano iniziative volte
a questo scopo, per lo più attraverso sussidi o sgravi fiscali, gli uni,
rendendo disponibili considerevoli risorse, le altre. In tal modo la
solidarietà espressa dalla società civile supera significativamente quella
dei singoli.
b)
In questa situazione sono nate e cresciute, tra le istanze statali ed
ecclesiali, numerose forme di collaborazione che si sono rivelate fruttuose.
Le istanze ecclesiali, con la trasparenza del loro operare e la fedeltà al
dovere di testimoniare l'amore, potranno animare cristianamente anche le
istanze civili, favorendo un coordinamento vicendevole che non mancherà di
giovare all'efficacia del servizio caritativo.[26]
Si sono pure formate, in questo contesto, molteplici organizzazioni con scopi
caritativi o filantropici, che si impegnano per raggiungere, nei confronti dei
problemi sociali e politici esistenti, soluzioni soddisfacenti sotto l'aspetto
umanitario. Un fenomeno importante del nostro tempo è il sorgere e il
diffondersi di diverse forme di volontariato, che si fanno carico di una
molteplicità di servizi.[27]
Vorrei qui indirizzare una particolare parola di apprezzamento e di
ringraziamento a tutti coloro che partecipano in vario modo a queste attività.
Tale impegno diffuso costituisce per i giovani una scuola di vita che educa
alla solidarietà e alla disponibilità a dare non semplicemente qualcosa, ma
se stessi. All'anti-cultura della morte, che si esprime per esempio nella
droga, si contrappone così l'amore che non cerca se stesso, ma che, proprio
nella disponibilità a « perdere se stesso » per l'altro (cfr Lc 17,
33 e par.), si rivela come cultura della vita.
Anche
nella Chiesa cattolica e in altre Chiese e Comunità ecclesiali sono sorte
nuove forme di attività caritativa, e ne sono riapparse di antiche con
slancio rinnovato. Sono forme nelle quali si riesce spesso a costituire un
felice legame tra evangelizzazione e opere di carità. Desidero qui confermare
esplicitamente quello che il mio grande Predecessore Giovanni Paolo II ha
scritto nella sua Enciclica Sollicitudo
rei socialis,[28]
quando ha dichiarato la disponibilità della Chiesa cattolica a collaborare
con le Organizzazioni caritative di queste Chiese e Comunità, poiché noi
tutti siamo mossi dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti
agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo, che riconosce nell'uomo
l'immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa
dignità. L'Enciclica Ut
unum sint ha poi ancora una volta sottolineato che, per uno
sviluppo del mondo verso il meglio, è necessaria la voce comune dei
cristiani, il loro impegno « per il rispetto dei diritti e dei bisogni di
tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi ».[29]
Vorrei qui esprimere la mia gioia per il fatto che questo desiderio abbia
trovato in tutto il mondo una larga eco in numerose iniziative.
Il
profilo specifico dell'attività caritativa della Chiesa
a)
Secondo il modello offerto dalla parabola del buon Samaritano, la carità
cristiana è dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata
situazione, costituisce la necessità immediata: gli affamati devono essere
saziati, i nudi vestiti, i malati curati in vista della guarigione, i
carcerati visitati, ecc. Le Organizzazioni caritative della Chiesa, a
cominciare da quelle della Caritas (diocesana, nazionale,
internazionale), devono fare il possibile, affinché siano disponibili i
relativi mezzi e soprattutto gli uomini e le donne che assumano tali compiti.
Per quanto riguarda il servizio che le persone svolgono per i sofferenti,
occorre innanzitutto la competenza professionale: i soccorritori devono essere
formati in modo da saper fare la cosa giusta nel modo giusto, assumendo poi
l'impegno del proseguimento della cura. La competenza professionale è una
prima fondamentale necessità, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di
esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una
cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno
dell'attenzione del cuore. Quanti operano nelle Istituzioni caritative della
Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in
modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all'altro con le
attenzioni suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro
ricchezza di umanità. Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali
operatori è necessaria anche, e soprattutto, la « formazione del cuore »:
occorre condurli a quell'incontro con Dio in Cristo che susciti in loro
l'amore e apra il loro animo all'altro, così che per loro l'amore del
prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma
una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell'amore (cfr
Gal 5, 6).
b)
L'attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed
ideologie. Non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta
al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui ed ora dell'amore
di cui l'uomo ha sempre bisogno. Il tempo moderno, soprattutto a partire
dall'Ottocento, è dominato da diverse varianti di una filosofia del
progresso, la cui forma più radicale è il marxismo. Parte della strategia
marxista è la teoria dell'impoverimento: chi in una situazione di potere
ingiusto — essa sostiene — aiuta l'uomo con iniziative di carità, si pone
di fatto a servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo apparire, almeno
fino a un certo punto, sopportabile. Viene così frenato il potenziale
rivoluzionario e quindi bloccato il rivolgimento verso un mondo migliore.
Perciò la carità viene contestata ed attaccata come sistema di conservazione
dello status quo. In realtà, questa è una filosofia disumana. L'uomo
che vive nel presente viene sacrificato al moloch del futuro — un
futuro la cui effettiva realizzazione rimane almeno dubbia. In verità,
l'umanizzazione del mondo non può essere promossa rinunciando, per il
momento, a comportarsi in modo umano. Ad un mondo migliore si contribuisce
soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce
ne sia la possibilità, indipendentemente da strategie e programmi di partito.
Il programma del cristiano — il programma del buon Samaritano, il programma
di Gesù — è « un cuore che vede ». Questo cuore vede dove c'è bisogno
di amore e agisce in modo conseguente. Ovviamente alla spontaneità del
singolo deve aggiungersi, quando l'attività caritativa è assunta dalla
Chiesa come iniziativa comunitaria, anche la programmazione, la previdenza, la
collaborazione con altre istituzioni simili.
c)
La carità, inoltre, non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi
viene indicato come proselitismo. L'amore è gratuito; non viene esercitato
per raggiungere altri scopi.[30]
Ma questo non significa che l'azione caritativa debba, per così dire,
lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l'uomo. Spesso è
proprio l'assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza. Chi
esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli
altri la fede della Chiesa. Egli sa che l'amore nella sua purezza e nella sua
gratuità è la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale
siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e
quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l'amore. Egli sa
che Dio è amore (cfr 1 Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei
momenti in cui nient'altro viene fatto fuorché amare. Egli sa — per tornare
alle domande di prima —, che il vilipendio dell'amore è vilipendio di Dio e
dell'uomo, è il tentativo di fare a meno di Dio. Di conseguenza, la miglior
difesa di Dio e dell'uomo consiste proprio nell'amore. È compito delle
Organizzazioni caritative della Chiesa rafforzare questa consapevolezza nei
propri membri, in modo che attraverso il loro agire — come attraverso il
loro parlare, il loro tacere, il loro esempio — diventino testimoni
credibili di Cristo.
I
responsabili dell'azione caritativa della Chiesa
32.
Infine, dobbiamo rivolgere ancora la nostra attenzione ai già citati
responsabili dell'azione caritativa della Chiesa. Nelle precedenti riflessioni
è ormai risultato chiaro che il vero soggetto delle varie Organizzazioni
cattoliche che svolgono un servizio di carità è
33.
Per quanto concerne i collaboratori che svolgono sul piano pratico il lavoro
della carità nella Chiesa, l'essenziale è già stato detto: essi non devono
ispirarsi alle ideologie del miglioramento del mondo, ma farsi guidare dalla
fede che nell'amore diventa operante (cfr Gal 5, 6). Devono essere
quindi persone mosse innanzitutto dall'amore di Cristo, persone il cui cuore
Cristo ha conquistato col suo amore, risvegliandovi l'amore per il prossimo.
Il criterio ispiratore del loro agire dovrebbe essere l'affermazione presente
nella Seconda
Lettera ai Corinzi: « L'amore del Cristo ci spinge » (5, 14).
La consapevolezza che in Lui Dio stesso si è donato per noi fino alla morte
deve indurci a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli
altri. Chi ama Cristo ama
L'azione
pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l'amore per
l'uomo, un amore che si nutre dell'incontro con Cristo. L'intima
partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell'altro diventa così
un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l'altro, devo dargli
non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come
persona.
35.
Questo giusto modo di servire rende l'operatore umile. Egli non assume una
posizione di superiorità di fronte all'altro, per quanto misera possa essere
sul momento la sua situazione. Cristo ha preso l'ultimo posto nel mondo — la
croce — e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente
ci aiuta. Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo
viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di
poter aiutare. Questo compito è grazia. Quanto più uno s'adopera per gli
altri, tanto più capirà e farà sua la parola di Cristo: « Siamo servi
inutili » (Lc 17, 10). Egli riconosce infatti di agire non in base ad
una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene
fa dono. A volte l'eccesso del bisogno e i limiti del proprio operare potranno
esporlo alla tentazione dello scoraggiamento. Ma proprio allora gli sarà
d'aiuto il sapere che, in definitiva, egli non è che uno strumento nelle mani
del Signore; si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in
prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà
quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore.
È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio
solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza. Fare, però,
quanto ci è possibile con la forza di cui disponiamo, questo è il compito
che mantiene il buon servo di Gesù Cristo sempre in movimento: « L'amore del
Cristo ci spinge » (2 Cor 5, 14).
37.
È venuto il momento di riaffermare l'importanza della preghiera di fronte
all'attivismo e all'incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel
lavoro caritativo. Ovviamente, il cristiano che prega non pretende di cambiare
i piani di Dio o di correggere quanto Dio ha previsto. Egli cerca piuttosto
l'incontro con il Padre di Gesù Cristo, chiedendo che Egli sia presente con
il conforto del suo Spirito in lui e nella sua opera. La familiarità col Dio
personale e l'abbandono alla sua volontà impediscono il degrado dell'uomo, lo
salvano dalla prigionia di dottrine fanatiche e terroristiche. Un
atteggiamento autenticamente religioso evita che l'uomo si eriga a giudice di
Dio, accusandolo di permettere la miseria senza provar compassione per le sue
creature. Ma chi pretende di lottare contro Dio facendo leva sull'interesse
dell'uomo, su chi potrà contare quando l'azione umana si dimostrerà
impotente?
38.
Certo Giobbe può lamentarsi di fronte a Dio per la sofferenza
incomprensibile, e apparentemente ingiustificabile, presente nel mondo. Così
egli parla nel suo dolore: « Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi
arrivare fino al suo trono! ... Verrei a sapere le parole che mi risponde e
capirei che cosa mi deve dire. Con sfoggio di potenza discuterebbe con me? ...
Per questo davanti a lui sono atterrito, ci penso ed ho paura di lui. Dio ha
fiaccato il mio cuore, l'Onnipotente mi ha atterrito » (23, 3. 5-6. 15-16).
Spesso non ci è dato di conoscere il motivo per cui Dio trattiene il suo
braccio invece di intervenire. Del resto, Egli neppure ci impedisce di
gridare, come Gesù in croce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
» (Mt 27, 46). Noi dovremmo rimanere con questa domanda di fronte al
suo volto, in dialogo orante: « Fino a quando esiterai ancora, Signore, tu
che sei santo e verace? » (Ap 6, 10). È sant'Agostino che dà a
questa nostra sofferenza la risposta della fede: « Si comprehendis, non
est Deus » — Se tu lo comprendi, allora non è Dio.[35]
La nostra protesta non vuole sfidare Dio, né insinuare la presenza in Lui di
errore, debolezza o indifferenza. Per il credente non è possibile pensare che
Egli sia impotente, oppure che « stia dormendo » (cfr 1 Re 18, 27).
Piuttosto è vero che perfino il nostro gridare è, come sulla bocca di Gesù
in croce, il modo estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella
sua sovrana potestà. I cristiani infatti continuano a credere, malgrado tutte
le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella « bontà di Dio
» e nel « suo amore per gli uomini » (Tt 3, 4). Essi, pur immersi
come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della
storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il
suo silenzio rimane incomprensibile per noi.
39.
Fede, speranza e carità vanno insieme. La speranza si articola praticamente
nella virtù della pazienza, che non vien meno nel bene neanche di fronte
all'apparente insuccesso, ed in quella dell'umiltà, che accetta il mistero di
Dio e si fida di Lui anche nell'oscurità. La fede ci mostra il Dio che ha
dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che
è proprio vero: Dio è amore! In questo modo essa trasforma la nostra
impazienza e i nostri dubbi nella sicura speranza che Dio tiene il mondo nelle
sue mani e che nonostante ogni oscurità Egli vince, come mediante le sue
immagini sconvolgenti alla fine l'Apocalisse mostra in modo radioso. La
fede, che prende coscienza dell'amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di
Gesù sulla croce, suscita a sua volta l'amore. Esso è la luce — in fondo
l'unica — che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio
di vivere e di agire. L'amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo
perché creati ad immagine di Dio. Vivere l'amore e in questo modo far entrare
la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente
Enciclica.
CONCLUSIONE
40.
Guardiamo infine ai Santi, a coloro che hanno esercitato in modo esemplare la
carità. Il pensiero va, in particolare, a Martino di Tours († 397), prima
soldato poi monaco e vescovo: quasi come un'icona, egli mostra il valore
insostituibile della testimonianza individuale della carità. Alle porte di
Amiens, Martino fa a metà del suo mantello con un povero: Gesù stesso, nella
notte, gli appare in sogno rivestito di quel mantello, a confermare la validità
perenne della parola evangelica: « Ero nudo e mi avete vestito ... Ogni volta
che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l'avete fatto a me » (Mt 25, 36. 40).[36]
Ma nella storia della Chiesa, quante altre testimonianze di carità possono
essere citate! In particolare tutto il movimento monastico, fin dai suoi inizi
con sant'Antonio abate († 356), esprime un ingente servizio di carità verso
il prossimo. Nel confronto « faccia a faccia » con quel Dio che è Amore, il
monaco avverte l'esigenza impellente di trasformare in servizio del prossimo,
oltre che di Dio, tutta la propria vita. Si spiegano così le grandi strutture
di accoglienza, di ricovero e di cura sorte accanto ai monasteri. Si spiegano
pure le ingenti iniziative di promozione umana e di formazione cristiana,
destinate innanzitutto ai più poveri, di cui si sono fatti carico dapprima
gli Ordini monastici e mendicanti e poi i vari Istituti religiosi maschili e
femminili, lungo tutta la storia della Chiesa. Figure di Santi come Francesco
d'Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de'
Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi
Orione, Teresa di Calcutta — per fare solo alcuni nomi — rimangono modelli
insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I santi
sono i veri portatori di luce all'interno della storia, perché sono uomini e
donne di fede, di speranza e di amore.
41.
Tra i santi eccelle Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Nel Vangelo
di Luca la troviamo impegnata in un servizio di carità alla
cugina Elisabetta, presso la quale resta « circa tre mesi » (1, 56) per
assisterla nella fase terminale della gravidanza. « Magnificat anima mea
Dominum », dice in occasione di questa visita — « L'anima mia rende
grande il Signore » — (Lc 1, 46), ed esprime con ciò tutto il
programma della sua vita: non mettere se stessa al centro, ma fare spazio a
Dio incontrato sia nella preghiera che nel servizio al prossimo — solo
allora il mondo diventa buono. Maria è grande proprio perché non vuole
rendere grande se stessa, ma Dio. Ella è umile: non vuole essere nient'altro
che l'ancella del Signore (cfr Lc 1, 38. 48). Ella sa di contribuire
alla salvezza del mondo non compiendo una sua opera, ma solo mettendosi a
piena disposizione delle iniziative di Dio. È una donna di speranza: solo
perché crede alle promesse di Dio e attende la salvezza di Israele, l'angelo
può venire da lei e chiamarla al servizio decisivo di queste promesse. Essa
è una donna di fede: « Beata sei tu che hai creduto », le dice Elisabetta (cfr
Lc 1, 45). Il Magnificat — un ritratto, per così dire, della
sua anima — è interamente tessuto di fili della Sacra Scrittura, di fili
tratti dalla Parola di Dio. Così si rivela che lei nella Parola di Dio è
veramente a casa sua, ne esce e vi rientra con naturalezza. Ella parla e pensa
con
42.
Alla vita dei Santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il
loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei Santi diventa ovvio: chi va
verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente
vicino. In nessuno lo vediamo meglio che in Maria. La parola del Crocifisso al
discepolo — a Giovanni e attraverso di lui a tutti i discepoli di Gesù: «
Ecco tua madre » (Gv 19, 27) — diventa nel corso delle generazioni
sempre nuovamente vera. Maria è diventata, di fatto, Madre di tutti i
credenti. Alla sua bontà materna, come alla sua purezza e bellezza verginale,
si rivolgono gli uomini di tutti i tempi e di tutte le parti del mondo nelle
loro necessità e speranze, nelle loro gioie e sofferenze, nelle loro
solitudini come anche nella condivisione comunitaria. E sempre sperimentano il
dono della sua bontà, sperimentano l'amore inesauribile che ella riversa dal
profondo del suo cuore. Le testimonianze di gratitudine, a lei tributate in
tutti i continenti e in tutte le culture, sono il riconoscimento di quell'amore
puro che non cerca se stesso, ma semplicemente vuole il bene. La devozione dei
fedeli mostra, al contempo, l'intuizione infallibile di come un tale amore sia
possibile: lo diventa grazie alla più intima unione con Dio, in virtù della
quale si è totalmente pervasi da Lui — una condizione che permette a chi ha
bevuto alla fonte dell'amore di Dio di diventare egli stesso una sorgente «
da cui sgorgano fiumi di acqua viva » (cfr Gv 7, 38). Maria,
Santa
Maria, Madre di Dio,
tu hai donato al mondo la vera luce,
Gesù, tuo Figlio – Figlio di Dio.
Ti sei consegnata completamente
alla chiamata di Dio
e sei così diventata sorgente
della bontà che sgorga da Lui.
Mostraci Gesù. Guidaci a Lui.
Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,
perché possiamo anche noi
diventare capaci di vero amore
ed essere sorgenti di acqua viva
in mezzo a un mondo assetato.
Dato
a Roma, presso San Pietro, il 25 dicembre, solennità del Natale del Signore,
dell'anno 2005, primo di Pontificato.
BENEDICTUS PP. XVI
[1] Cfr Jenseits von Gut und Böse, IV, 168.
[2]
X, 69.
[3]
Cfr R. Descartes, Œuvres, a cura di V. Cousin, vol. 12, Parigi 1824, pp.
95ss.
[4]
II, 5: SCh 381, 196.
[5]
Ibid., 198.
[6]
Cfr Metafisica, XII, 7.
[7]
Cfr Pseudo Dionigi Areopagita che, nel suo Sui nomi divini, IV, 12-14: PG
3, 709-713, chiama Dio nello stesso tempo eros e agape.
[8]
Cfr Il Convito, XIV-XV, 189c-192d.
[9]
Sallustio, De coniuratione Catilinae, XX, 4.
[10]
Cfr sant'Agostino, Confessiones, III, 6, 11: CCL 27, 32.
[11]
De Trinitate, VIII, 8, 12: CCL 50, 287.
[12]
Cfr I Apologia, 67: PG 6, 429.
[13]
Cfr Apologeticum 39, 7: PL 1, 468.
[14] Ep. ad
[15]
Cfr sant'Ambrogio, De officiis ministrorum, II, 28, 140: PL 16,
141.
[16] Cfr Ep. 83: J. Bidez, L'Empereur Julien. Œuvres
complètes, Parigi 19602, t. I,
2a, p. 145.
[17]
Cfr Congregazione per i Vescovi, Direttorio per il ministero pastorale dei
Vescovi Apostolorum Successores (22 febbraio 2004), 194: Città del
Vaticano 2004, 2a, 205-206.
[18]
De Civitate Dei, IV, 4: CCL 47, 102.
[19]
Cfr Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 36.
[20]
Cfr Congregazione per i Vescovi, Direttorio per il ministero pastorale dei
Vescovi Apostolorum Successores (22 febbraio 2004), 197: Città del
Vaticano 2004, 2a, 209.
[21]
Giovanni Paolo II, Esort. ap. post sinodale Christifideles laici (30
dicembre 1988), 42: AAS 81 (1989), 472.
[22]
Cfr Congregazione per
[23]
Catechismo della Chiesa Cattolica, 1939.
[24]
Decr. sull'apostolato dei laici Apostolicam actuositatem, 8.
[25]
Ibid., 14.
[26]
Cfr Congregazione per i Vescovi, Direttorio per il ministero pastorale dei
Vescovi Apostolorum Successores (22 febbraio 2004), 195: Città del
Vaticano 2004, 2a, 206-208.
[27]
Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. post sinodale Christifideles laici (30
dicembre 1988), 41: AAS 81 (1989), 470-472.
[28]
Cfr n. 32: AAS 80 (1988), 556.
[29]
N. 43: AAS 87 (1995), 946.
[30]
Cfr Congregazione per i Vescovi, Direttorio per il ministero pastorale dei
Vescovi Apostolorum Successores (22 febbraio 2004), 196: Città del
Vaticano 2004, 2a, 208.
[31]
Cfr Pontificale Romanum, De ordinatione episcopi, 43.
[32]
Cfr can. 394; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 203.
[33] Cfr nn. 193-198, 204-210.
[34] Cfr Ibid., 194, 205-206.
[35] Sermo 52, 16: PL 38,
360.
[36]
Cfr Sulpicio Severo, Vita Sancti Martini, 3, 1-3: SCh 133,
256-258.
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